martedì 24 aprile 2012

L'autista-Bancomat e i segreti del Trota


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MILANO - «L'autista del Trota confessa: "Lo pasturavo io"», ammicca un twitterista nel gergo dei pescatori. Sintesi feroce, ma ci sta. Manco il tempo che l'ormai ex aspirante «delfino» di Umberto Bossi, sotto la tempesta, annunciasse l'addio al seggio regionale e gli cascavano addosso altre tegole. Le testimonianze imbarazzanti di due ex autisti.
Uno di questi racconta a Oggi (corredando le rivelazioni con dei video) che forniva a Renzo, per le spese personali, soldi della Lega. Cioè, visti i rimborsi elettorali, dei cittadini italiani: «Praticamente ero il suo Bancomat». Sarà dura, adesso, per il figlio prediletto dell'anziano e ammaccato leader leghista. In questi anni, par di capire, si era abituato bene. Prendeva, come consigliere della Regione Lombardia dove era stato eletto due anni fa nella scia di una campagna elettorale in cui il cognome che portava era un marchio che voleva dire fiducia («se lo candida il papà...») 150.660 euro netti l'anno. Vale a dire quanto il governatore del Maine Paul LePage (52.801 lordi), quello del Colorado John Hickenlooper (67.888 lordi) e quello dell'Arkansas Mike Beebe (65.890 lordi) messi insieme. Il triplo abbondante di quanto guadagna (66.000 lordi) un deputato all'assemblea della California, Stato che se fosse indipendente avrebbe il settimo Pil mondiale.

Sarà dura senza quella spettacolare prebenda e senza tutto il contorno al quale il principino della Real Casa Senaturia era stato abituato. Pranzi, cene, inviti, ragazze vistose, auto blu, chauffeur. Lo si capisce guardando la naturalezza con cui, nei video girati con il telefonino da quello che è stato per alcuni mesi il suo autista, Alessandro Marmello, video messi online da Oggi che martedì mattina pubblica l'intervista esclusiva, afferra le banconote da 50 euro come fossero il resto di un caffè alla cassa di un bar.
Il racconto dell'autista, anticipato dal settimanale, getta sale sulle ferite sanguinanti di tanti leghisti duri e puri che in questi anni avevano digerito di tutto. La prima mazzetta da 200 milioni di Carlo Sama al tesoriere-idraulico Alessandro Patelli, imbarazzante per chi come il Senatur aveva invitato Antonio Di Pietro e il pool Mani Pulite ad andare «avanti a tutta manetta». Poi le storiacce dell'investimento in un villaggio turistico croato. Poi il crac della «banca padana», quella Credieuronord sulla quale gli ispettori della Banca d'Italia stilarono un rapporto durissimo («incoerenze nella politica creditizia nonché labilità dei crediti»; «ridotta cultura dei controlli»; «scarsa cura prestata alle evidenze sui grandi rischi»; «ripetuti sconfinamenti autorizzati dal Capo dell'esecutivo» e «acriticamente ratificati dall'organo collegiale») ricordando che buona parte del capitale era evaporato per finanziare la società (fallita) Bingo.Net che aveva tra i soci leghisti di primo piano come Enrico Cavaliere (già presidente del consiglio del Veneto) e Maurizio Balocchi, il tesoriere del Carroccio, sottosegretario e addirittura (incredibile, ma vero) membro del consiglio di amministrazione della banca. Poi i ministri che prendevano come consulenti per le carceri dei grossisti di pesce congelato. Poi la notizia di tanti leghisti capaci di accumulare poltrone su poltrone, di assumere reciprocamente l'uno la moglie dell'altro, di usare l'auto blu con tanta strafottenza da finire sotto inchiesta...
Tutto, avevano digerito i militanti legati al sogno della Padania, del prato di Pontida (dove una mano ignota ha cambiato in questi giorni la scritta «padroni in casa nostra» con «ladroni in casa nostra») del mito celtico, del sole delle Alpi, del rito dell'ampolla. Sempre convinti che certo, nessuno è perfetto, ma Bossi! D'accordo, aveva fatto assumere da Francesco Speroni e Matteo Salvini, come portaborse all'Europarlamento, suo fratello Franco e suo figlio Riccardo, fatti rientrare solo dopo la denuncia del Corriere , ma come si poteva mettere in discussione Bossi? Ed ecco quel sale sulle ferite gettato oggi dall'autista: «Non voglio continuare a passare soldi al figlio di Umberto Bossi in questo modo: è denaro contante che ritiro dalle casse della Lega a mio nome, sotto la mia responsabilità. Lui incassa e non fa una piega, se lo mette in tasca come fosse la cosa più naturale del mondo».
Tutto filmato col cellulare: «Poteva essere la farmacia, ristoranti, la benzina per la sua auto, spese varie, cose così. Insomma, quando avevo finito la scorta di denaro andavo in cassa, firmavo e ritiravo. Mi è capitato anche di dover fare il pieno di benzina pure per la sua auto privata. Il pieno in quei casi dovevo farlo con i soldi che prelevavo in cassa per le spese della vettura di servizio. La situazione stava diventando preoccupante e ho cominciato a chiedermi se davvero potevo usare il denaro della Lega per le spese personali di Renzo Bossi».
«L'ho fatto presente a Belsito, spiegandogli che avevo pensato addirittura di dimettermi», continua Marmello, «Lui non mi ha dato nessuna spiegazione chiara. Io stavo prelevando soldi che ufficialmente erano destinati alle spese per l'auto di servizio ed eventualmente per le mie esigenze di autista e invece mi trovavo a passarne una parte a lui, per fare fronte anche ai suoi bisogni personali. Erano spese testimoniate da scontrini che spesso non riguardavano il mio lavoro. Non so se lui avesse diritto a quei soldi: tanti o pochi che fossero, perché dovevo ritirarli io? Ho cominciato ad avere paura di poter essere coinvolto in conti e in faccende che non mi riguardavano, addirittura di sperpero di denaro pubblico, dal momento che i soldi che prelevavo erano quelli che ritengo fossero ufficialmente destinati al partito per fare politica. Soldi pubblici».
Poco prima che il web fosse allagato dai commenti più salaci, Renzo aveva annunciato le dimissioni da consigliere regionale. Capiamoci, non aveva altra scelta se non quella di togliersi di dosso quanto più possibile i riflettori. Per allentare le pressioni su di sé, sul padre, sulla madre, sui fratelli con i quali, nei giorni del delirio d'amore leghista, aveva condiviso perfino lo stupefacente trionfo nella «classifica dei campioni dello sport più amati» pubblicata dall'adorante Padania dove alle spalle di Alex del Piero, Roberto Baggio o Fausto Coppi c'erano loro: «Bossi Sirio Eridanio voti 591; Bossi Renzo voti 588; Bossi Roberto Libertà voti 583». Davanti a mostri sacri come il libero del Milan Franco Baresi (553), il re delle volate Mario Cipollini (492) e addirittura Primo Carnera (437) Gustavo Thoeni, staccato a 433 miserabili punti.
L'annuncio: «In questo momento di difficoltà, senza che nessuno me l'abbia chiesto faccio un passo indietro e mi dimetto da consigliere regionale». Oddio, non è che fosse proprio vero se i leghisti di Brescia avevano fatto sapere già la loro intenzione di chiedere l'espulsione. Ma gli va dato atto che altri, al suo posto, non dovendo limitare i danni di papà, si sarebbero imbullonati al seggio per almeno altri sei mesi, così da maturare il diritto, fra una quarantina d'anni, al vitalizio: «Sono sereno, so cosa ho fatto e soprattutto cosa non ho fatto. In consiglio regionale ci sono stati avvenimenti che hanno visto indagate alcune persone. Io non sono indagato, ma credo sia giusto e opportuno fare un passo indietro per il movimento».
Parole studiate una per una, come il giorno in cui diede la sua prima intervista «importante» alle «Invasioni barbariche» di Daria Bignardi e si preparò per bene con l'autista-consigliere Oscar Enea Morando: «Davanti al pc studia qualche frase saggia qua e là per poterla far sua in caso di necessità, vediamo insieme una serie di puntate precedenti per capire la strategia della conduttrice, cerchiamo di capire quali sono le domande di routine per poter preparare qualche risposta da catapultare negli schemi degli italiani, prepariamo un bigliettino con i tempi della scuola prima di un'importante interrogazione...». «Tre valori in cui credi», gli chiese la Bignardi. E lui: «Beh, l'onestà sicuramente... Poi... No, perché l'onestà credo sia uno dei valori più importanti». «Poi?». «Non saprei...». «Sono valori tuoi...». «L'onestà prima di tutto, essere onesti, oggi, in questo mondo...». Si sentiva così sicuro, in quei giorni, il giovane erede del Capo, da spiegare che no, non gli pesava il soprannome di Trota: «Mi sono fatto anche le magliette».
Alla giornalista di Vanity Fair , per la sua prima vera intervista, diede appuntamento sul lago d'Iseo, dove arrivò con un'ora di ritardo al volante di una fiammante Audi A3. Spiegò che aveva un solo mito, suo padre: «È sempre stato il mio modello. Quando lo vedevi passare a Gemonio, dietro c'ero sempre io, con le mani in tasca come lui. A dieci anni ero già sotto il palco dei suoi comizi ad ascoltarlo». Quando gli fu chiesto se avesse mai provato delle droghe, rispose: «Nella vita penso si debba provare tutto tranne due cose: i culattoni e la droga». Spiegò quindi che il Mezzogiorno doveva puntare sul turismo anche se «sullo stato degli alberghi, giù, c'è tanto da fare». «Lei c'è mai stato?». «Mai sceso a sud di Roma».
Bocciato a ripetizione agli esami di maturità, disse che si abbeverava alla cultura paterna: «Amo la storia, come mio padre. Quando giriamo a Roma chiede continuamente: "Quella che chiesa è?". Sa sempre tutto, impressionante». Lo prendevano tutti in giro, per quelle bocciature. Perfino il Giornale del Cavaliere, amico di papà, si spingeva a pubblicare le battute più carogna del Web: «Il Trota non usa la posta elettronica perché ha paura di prendere la scossa». «Il Trota quando ha visto un quadro elettrico ha chiesto: chi è il pittore?». Ma lui, tranquillo. Sentiva dalla sua l'alone di quel «cerchio magico» familiare che oggi il «vero» sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini dice che «va distrutto in tutti i suoi elementi» con «una pulizia etnica, radicale, perché lì c'era un muro costruito attorno a loro che non permetteva a nessuno di mettere il naso dentro per vedere ciò che combinavano».
Un alone di amicizia, solidarietà, piaggeria. Che toccò vette ineguagliabili il giorno in cui sembrò che il «Caro Leader» avesse deciso di passare il testimone a lui, il Trota. «Io e Maroni siamo vecchi, siamo della Lega della prima ora. Noi dobbiamo lavorare per l'oggi e poi affidare il movimento a qualcuno che si sta formando», si inchinò Roberto Calderoli spiegando che quel qualcuno poteva essere proprio Renzo: «È la fotocopia del papà. Se lo facciamo crescere, avremo un ottimo cavallo da corsa». Roberto Castelli, deciso a non essere meno flessuoso nell'inchino, sviolinò: «La Lega prima che un partito è un modo di essere, quindi è naturale che un padre voglia trasmettere i propri valori ai figli. Conosco bene i figli di Bossi, quello più grande è un ragazzo eccezionale...». Il titolo di Libero fu da collezione: «I fedelissimi incoronano il principe: giusto così, buon sangue non mente».
Il guaio è che la Real Casa Senaturia, a quel principino adorato dai cultori delle gaffes (svetta sul web un video in cui si felicita per la scelta australiana di aprire un «training center» nel Varesotto per ospitare gli atleti impegnati in Europa: «Ci sarà un boom di collegamenti quindi sarà possibile trovare tanti canadesi in giro per Varese») ha riservato via via attenzioni crescenti. Fino al punto di prendere degli autisti-body guard apposta per lui. Come il già citato Marmello o Oscar Enea Morando, assunto il 5 agosto 2010 dal tesoriere Francesco Belsito con un contratto di 3.859 euro lorde al mese per 14 mensilità e il benefit di una casa arredata e presa in affitto dalla Lega (altri 9.600 euro l'anno: «Ma che casa! Un appartamento in una villa fantastica chiamata villa Paradiso... Il nome dice tutto!») nei dintorni di Gemonio.
L'uomo, dopo aver iniziato come autista del Senatur, racconta in un memoriale traboccante di punti esclamativi del quale ha già in mente la copertina (titolo: «Il giocattolo del Trota») di essere stato dirottato sul rampollo per una scelta diretta di Rosi Mauro e della moglie del Senatur Manuela Marrone. Indimenticabile il saluto al neoassunto dell'ardente vicepresidentessa del Senato al centro di mille polemiche in questi giorni per le spesucce messe a carico del partito e di Palazzo Madama in favore del suo diletto e impomatato cantante-segretario-boy-friend. Disse: «Benvenuto nel nostro mondo».
Gian Antonio Stella
10 aprile 2012 | 13:10

Politica, soldi e auto blu: la vita sognata dai figli e quella vissuta dal Senatur

Articolo del Corriere, da leggere.


Troppo comodo, scaricare sui figli. Sia chiaro, i viziatissimi «bravi ragazzi» di Umberto Bossi, con quella passione per le auto di lusso, i telefonini ultimo modello, le pollastrelle di coscia lunga, i soldi facili, se li meritano tutti i moccoli lanciati su di loro dagli italiani che faticano ad arrivare a fine mese e più ancora dai militanti leghisti che si tassano per comprare i gazebo e sono messi in croce in questi giorni dalle battutine feroci dei compaesani.
Deve essere insopportabile, per tanti volontari che vanno gratis ad arrostire polenta e salsicce (o addirittura il toro allo spiedo: maschio sapore celtico) alle sagre padane, vedere nei video dell'ex-autista la sfrontata naturalezza con cui il Trota afferra e si mette in tasca quelle banconote da cinquanta euro che a loro costano ore di lavoro in fabbrica o sui campi. O sapere che i soldi dei rimborsi elettorali al partito, soldi dei leghisti e di tutti i cittadini italiani, sono stati usati per affittare le Porsche di Renzo, tappare i debiti seminati da Riccardo o rifare un naso nuovo a Sirio Eridano.
La manifestazione dell'«orgoglio leghista» a Bergamo
                   
Ma sarebbe davvero troppo comodo, per chi vuole fare sul serio pulizia dentro il partito, scaricare tutto addosso a quei «monelli». Alla larga dai tormentoni sociologici, per carità, ma mettetevi al posto loro. Tirati su dentro un «cerchio magico», sono cresciuti come rampolli di una strana dinastia vedendo che la «Pravdania» pubblicava sei paginate d'untuoso omaggio per il genetliaco di papà («Sono più di venti anni che in questo giorno porgo i miei auguri al nostro amato Segretario...», scriveva con nord-coreano trasporto Giuseppe Leoni) e ne dedicava una intera al compleanno di Roberto Libertà: «Che fortuna avere 12 anni e festeggiarli in cima al Monte Paterno!». Per non dire di quell'altra che celebrava mesi fa una gara automobilistica del figlio di primo letto sul circuito del Mugello: «Weekend a tutto gas per Riccardo Bossi».



L'auto che Bossi Jr ha lasciato nel parcheggio della Regione Lombardia (Fotogramma)
Di qua assistevano alle sfuriate paterne (arricchite da corna, sventolio del dito medio, rutti e pernacchie) contro i lavativi e i «magna magna» e tutti quelli che vivevano «alle spalle dello Stato coi soldi del Nord» e di là vedevano mamma Manuela, pensionata baby dal 1996 quando aveva appena 42 anni, incassare per l'istituto «privato» Bosina («Scuola Libera dei Popoli Padani») contributi di soldi pubblici e leghisti (cioè ancora pubblici dati i rimborsi elettorali) così sostanziosi che Nadia Dagrada, la segretaria del Senatur, detterà a verbale: «Ho appreso da Belsito che nel 2010-2011 gli era stato chiesto da Manuela Marrone di accantonare, per cassa, una cifra di sostegno per la Bosina pari a circa 900 mila o un milione di euro».
Di qua sentivano il papà declamare che lui sta «dalla parte del popolo che si alza per andare a lavorare alle quattro di mattina», di là lo vedevano a quell'ora semmai andare a letto. E leggevano nella sua stessa autobiografia «Vento del Nord» scritta con Daniele Vimercati («L'ho letta tre o quattro volte... È un libro che mi piace rileggere spesso», raccontò Riccardo al Corriere ) che di fatto, tranne 10 mesi all'Aci, lui non aveva lavorato mai.
Di qua ascoltavano lo statista di famiglia tuonare in tivù contro «Roma ladrona» e «i politici di professione», di là gli vedevano accumulare legislature su legislature al Senato, alla Camera, all'Europarlamento. Di qua si bevevano le sue battute da intellettuale da osteria («È una battaglia tra espressionisti e impressionisti: noi siamo Picasso e gli altri dei muratorelli ignoranti»), di là apprendevano dai ritratti giornalistici e dalle interviste della prima «signora Bossi» Gigliola Guidali o della zia Angela («Ha detto che sono buona solo a far bistecche! Lui! Ah, se le ricorda bene le mie bistecche, lui! Perché per anni solo quelle ha mangiato, quel mantegnù . Che se non mangiava le mie bistecche, caro il mio Umberto... Ooh! Stiamo parlando di uno che ha organizzato tre feste di laurea senza essersi mai laureato») che il padre era stato uno studente discolo quanto Lucignolo, che aveva lasciato per noia l'istituto tecnico per periti chimici a 15 anni per diplomarsi («La prima tappa della mia marcia di avvicinamento alla cultura fu la scuola Radio Elettra di Torino, un corso per corrispondenza») quando era già sulla trentina.


Cosa potevano capire quei figli dell'importanza della scuola, della cultura, della laurea, scoprendo che il padre si era fatto la prima tessera di partito alla sezione del Pci di Verghera di Samarate scrivendo alla voce professione «medico»? Che si era candidato alle sue prime elezioni facendosi presentare dal settimanale il Mondo come «Umberto Bossi, un dentista di quarantadue anni di Varese»? Che si era definito nella sua stessa autobiografia un «esperto di elettronica applicata in sala operatoria»?

Se ce l'aveva fatta lui, dopo avere imbrogliato la prima moglie spacciandosi a lungo per medico (testimonianza della donna: «Dovetti chiedere di essere ricevuta dal rettore. E lì, in quella stanza austera, un tabulato mi rivelò quello che sospettavo: mio marito non si era mai laureato, alla sua fantomatica laurea mancavano ben undici esami») perché mai non potevano sognare anche loro, i figli, di vedersi spalancare davanti una strada di auto blu, folle in delirio, richieste di autografi, stipendi extralusso, segretarie premurose, titoloni nei tiggì, salamelecchi parlamentari, collaboratori e sodali in adorazione perenne? Perché mai studiare e cercare una propria strada nella vita e magari sgobbare duro per farsi una laurea in architettura o in biologia se era tutto lì, tutto facile, tutto a portata di mano grazie alla politica?

Certo, non tenevano conto che quel padre capace di dire tutto e il contrario di tutto (memorabili le retromarce non solo sul Berlusconi «mafioso» ma sulla Lega baluardo della cristianità dopo aver mandato a dire al Papa: «Oè, Vaticano: la Padania non ha interesse a cambiar religione, ma l'indipendenza non è in vendita. T'è capi'?») aveva anche uno straordinario fiuto politico e una capacità formidabile di parlare con il «suo» popolo. Ma come potevano capirlo, loro?

Gian Antonio Stella
11 aprile 2012 | 8:36

domenica 8 aprile 2012

Il tramonto del senatur



Ecco un bell'articolo che allieta ancor più queste giornate di festa.

Il tramonto del Senatur

Stefano Folli

«La Lega deve essere trasparente come un cristallo», sostiene il governatore del Veneto, Zaia. Impossibile non essere d'accordo: tutti i partiti, non solo il Carroccio, dovrebbero esserlo. Eppure la frase, pronunciata oggi, ha due significati. Può essere solo un'affermazione di maniera, di quelle senza tempo: valida dieci anni fa, due anni fa o fra tre anni.




Oppure può essere l'annuncio di una rivoluzione nel mondo leghista, quanto meno di una radicale rifondazione. Perché la vicenda Belsito dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio che il partito di Umberto Bossi, nella sua veste attuale, è ormai morente.

L'assetto di potere che lo ha retto negli ultimi anni è destinato a disintegrarsi di fronte alle accuse che colpiscono l'improbabile tesoriere e chi ne ha appoggiato le iniziative. Certo, da un punto di vista legale occorrerà attendere che l'inchiesta trovi riscontri definitivi. Ma sul piano politico quello che emerge è inquietante.

Altro che trasparenza. Lo scandalo che investe il vertice del Carroccio rivela un panorama che dire opaco è eufemistico. Sembra di assistere all'ultimo capitolo di una saga politica che già da anni era entrata in una crisi irreversibile, parallela al declino fisico del leader storico. Del resto, la falsa bandiera della secessione conteneva fin dall'inizio i germi di un'ambiguità che nel tempo non poteva non logorare la Lega, sospesa fra i falsi miti celtici evocati nel «pratone» di Pontida e una gestione spesso spregiudicata del potere concreto, quello garantito dal lungo sodalizio di governo con Berlusconi.




Sta di fatto che l'alternativa alla pseudo-secessione, cioè il federalismo fiscale e istituzionale, alla fine si è risolta in un fallimento, oltre che in un potenziale aggravio dei conti pubblici. Un gioco politico a somma zero dietro il quale, nel frattempo, si allargava la zona grigia su cui oggi i magistrati vogliono far luce.

Ieri sera tutti garantivano che Umberto Bossi è estraneo al marciume. Questo è possibile e al momento non ci sono riscontri che contraddicono tale convinzione. Ma si tratta di un aspetto persino secondario perché Bossi è un uomo provato dalla malattia che da tempo ha perso il suo antico, ferreo controllo sul partito. E in ogni caso, anche se non tocca il vecchio leader, l'indagine travolge un «establishment»: tutti coloro che fingevano di non sapere o si voltavano dall'altra parte.

Per lo stesso Maroni, che si presenta come oppositore del «vecchio regime» e uomo del domani, non sarà facile imporsi come il rifondatore del Carroccio. Perché non c'è dubbio che nel prossimo futuro la Lega avrà bisogno di essere ricostruita dalle radici, anche sul piano ideale, ripartendo dalla buona amministrazione negli enti locali. E non è detto che ci sia una classe dirigente davvero innovativa, in grado di attraversare subito il fiume. Vedremo già in maggio, nel voto amministrativo, come reagiranno gli elettori. Quello che si coglie con chiarezza - e non riguarda solo la Lega, come è noto - è l'indecenza dell'attuale normativa sul finanziamento ai partiti. La pratica dei «rimborsi elettorali», decine di milioni di euro elargiti senza alcuna garanzia di correttezza e trasparenza, è inaccettabile per un'opinione pubblica bombardata ogni giorno dalle tristi notizie sulla recessione e la disoccupazione. «Moralizzare» dovrebbe essere la parola d'ordine trasversale dei partiti in cerca di nuova credibilità. Fare pulizia e impedire gli abusi. Ma nessun vertice finora ha affrontato questo tema. Attendiamo fiduciosi.