martedì 21 febbraio 2012

L'effetto Monti sulla politica. E i partiti non sono pronti.


Da "Il sole 24 ore"



Il fattore Mario Monti è sempre più un elemento chiave per capire quale sarà il volto politico dell'Italia di qui a un anno. Tutto il resto passa in second'ordine: compreso il faticoso cammino dei tre partiti (Pdl, Pd, terzo polo) verso il riassetto istituzionale ed elettorale. Il punto cruciale è sotto gli occhi di tutti. Da un lato il profilo politico del premier sta crescendo, spinto dalla semplice forza degli eventi, cioè dai problemi aperti sul tavolo e dall'abilità di affrontarli con spirito pragmatico. Dall'altro, i partiti non sono ancora preparati a fronteggiare questa novità, cioè il "fattore Monti" che da variabile meramente tecnica e passeggera si va trasformando in tessitura politica.
Ieri, con il discorso in Piazza Affari a Milano, il presidente del Consiglio ha fatto un altro passo avanti nella definizione di un disegno complessivo per la società italiana. In un certo senso il governo "tecnico", unendo via via i tasselli della sua azione, riesce ormai a esprimere una visione coerente del paese. Siamo quindi nella più autentica dimensione politica, tanto più che nessuna coalizione, fra quelle che si sono succedute nell'ultimo quindicennio, è riuscita a essere altrettanto efficace nell'indicare i propri obiettivi.

Questo dinamismo di Palazzo Chigi cozza contro la naturale resistenza dei partiti, disposti, sì, a votare Monti in Parlamento, ma ancora molto restii a lasciarsi contaminare, se così si può dire, dal "montismo" come filosofia di governo. Eppure il tema è ormai chiaro. Fra le incognite del voto amministrativo di primavera e le incertezze delle elezioni nel 2013, le forze politiche non possono illudersi di risolvere tutto con qualche aggiustamento in senso proporzionale della legge elettorale. Almeno altrettanto importante sarà la capacità d'impadronirsi di alcuni capitoli dell'agenda di questo governo. Perché, con il nuovo Parlamento, delle due l'una: o Monti continuerà a governare con una maggioranza politica, fosse pure di larga coalizione; oppure chi prenderà il suo posto dovrà camminare esattamente nel solco aperto dall'attuale esecutivo, quale che sia il colore della sua maggioranza. È quello che si aspettano gli europei, i mercati e, come si è visto, l'America di Obama.
Qualcuno dimostra di averlo capito. Walter Veltroni, che certo non ha responsabilità di partito e quindi gode del vantaggio delle mani libere, ha detto quello che tanti nel Pd pensano, ma non possono dire: che sull'articolo 18 si deve discutere «senza tabù», ossia senza pregiudiziali. E che «non bisogna regalare Monti alla destra», intendendo che non è saggio fare un'opposizione da sinistra al governo (il cui garante ultimo, non va dimenticato, è Napolitano). La mossa non sembra rivolta tanto contro Bersani, che sui temi del lavoro è sempre stato prudente, quanto contro la Cgil, o meglio contro il potere condizionante che il sindacato esercita sulla sinistra politica e dunque su ampi settori del Pd.
Ecco la prova che la stagione di Monti sta scuotendo l'albero dell'immobilismo partitico. Senza dubbio è suscettibile di cambiare il Pd, obbligandolo a fare i conti con se stesso e la propria cultura politica.
Ma il Pdl, a sua volta, ha poco da rallegrarsi delle difficoltà del centrosinistra. In realtà il profilo moderato del "montismo" rappresenta il definitivo e sostanziale superamento della parabola berlusconiana. Per la buona ragione che è in grado di offrire nuove certezze a quell'area sociale in cui per anni Berlusconi ha costruito il consenso e che è stata da lui delusa.