giovedì 26 gennaio 2012

Autovelox: spese oculate (per davvero?)


Dopo la serata di presentazione del progetto autovelox a Brendola, ecco le nostre impressioni. C'è molto di buono, con le solite pecche e promesse non mantenute.

Spese oculate/2

Ebbene si, questa volta sembra proprio che il nostro Sindaco e l’amministrazione tutta abbia partorito un bel progetto mirato a migliorare la sicurezza di Brendola.
A beneficio di chi non era presente in Sala della Comunità, sappiate che d’ora in poi gli autovelox saranno attivi. Quello che vedete sulla strada però è solo un contenitore e sarà la pattuglia di turno che inserirà in questi contenitori il velox (che è l’oggetto omologato, il contenitore può anche avere la forma di una papera, non ha nessuna importanza). Dovrà essere presente un segnale di “controllo velocità” prima del punto di rilevamento e poi una pattuglia che fermerà l’automobilista per notificare l’infrazione. Le forze dell’ordine, nel posizionare il velox, metteranno una nuova “testa” al contenitore, sostituendo temporaneamente la precedente. Lo spray, quindi, non serve a nulla. Questi contenitori servono più che altro come deterrente, poiché solo in alcuni casi avranno all’interno l’autovelox e, dai dati presentati in sala, sembra che funzioni molto bene.
Peccato che di questo progetto fosse a conoscenza solo chi l’ha seguito, nessuna condivisione con la minoranza (saremo stati lieti di avallare, aiutare e non criticare), condivisione sbandierata a più non posso in campagna elettorale. Un’altra promessa mancata, speriamo sia l’ultima.

Autovelox: spese oculate


Questo l'articolo comparso su InPaese di gennaio 2012, prima della serata esplicativa in sala della comunità.


Spese oculate

Di primo acchito, dopo aver visto il montaggio degli autovelox, aver scommesso un tempo di oscuramento di 3 giorni, questo è quello che avrei voluto mandare a InPaese:

La premiata compagnia teatrale “da Renato, il comune come un’azienda” è lieta di presentare lo spettacolo “AUTOVELOX alti un metro e un kiwi a fette A BRENDOLA, ovvero come aiutare l’industria delle bombolette spray in questo difficile momento”.
Lo spettacolo sarà disponibile tutti i giorni nelle principali strade di Brendola, al prezzo di 18mila euro, pagati interamente dal comune, cioè da noi.
Morale: se scegliamo di spendere dei soldi in un’impresa, prima, almeno, ragioniamoci su anziché buttarli migliaia di euro.
Grazie a Renato e compagnia per l’insegnamento!

…ma sicuramente il frutto che raccoglierei sarebbe l’arrabbiatura del nostro Sindaco e di tutti quelli che hanno collaborato a questo progetto.
D’altro canto ogni cittadino di questa comunità che abbia la fortuna di avere ancora un lavoro, spende 5 giorni su 7 lavorando per portare la pagnotta a casa, pagando fior fior di tasse e vedere un così palese spreco di denaro pubblico fa venir voglia di prendere a schiaffi chi ha progettato e avallato il tutto. A questo si somma il fatto che, sembra, i nostri nuovissimi aggeggi non siano nemmeno omologati, quindi una multa emessa grazie al loro lavoro non avrebbe valore.
Spero davvero che il nostro Sindaco dia una risposta chiara, senza giri di parole e senza aggrapparsi al fatto che colorarli è un gesto incivile. Andiamo al sodo, per cortesia.

domenica 13 novembre 2011

12 Novembre: Seconda Festa della Liberazione



Ci sono cose che vanno festeggiate, a prescindere dalle idee di destra o sinistra.

giovedì 10 novembre 2011

17 anni di...


Un bell'articolo dal Corriere Vicentino. Buona lettura.

IL GOVERNO, IL PREMIER
L'ascesa, il crepuscolo: 
i 17 anni del Cavaliere
In pochi mesi sbaragliò la sinistra con il «kit del candidato» e le selezioni della Publitalia di Marcello Dell'Utri. Il capolavoro il patto con Bossi

Berlusconi IV, tre anni di legisltatura

Nel '94, nel video della sua epica «discesa in campo», Berlusconi magnificava l'Italia come «il Paese che amo». Diciassette anni dopo, captato in un'intercettazione telefonica, lo stesso Berlusconi non seppe frenare il rassegnato disgusto per l'Italia «Paese di m....». In questo capovolgimento emotivo si racchiude il senso di un'avventura politica che prometteva un nuovo «miracolo» e si è inabissato in una grande disillusione. L'ottimismo degli esordi, che contagiò e stregò molti italiani orfani della Prima Repubblica e smaniosi di un «nuovo inizio», ha la sua antitesi in un tramonto cupo e malinconico. Finisce, nel crepuscolo del berlusconismo, un'epoca della storia, della politica, della psicologia collettiva, dell'immaginario dell'Italia repubblicana. Si chiude la Seconda Repubblica, creata, plasmata, dominata dalla figura di Silvio Berlusconi.

Anzi, Berlusconi è stato, e continua a essere la Seconda Repubblica. Dopo la tempesta di Tangentopoli, i giornalisti abituati ai ritmi lenti e alle liturgie della Prima Repubblica non seppero far altro che canzonare il magnate televisivo che fantasticava di un «rassemblement» dei moderati e lo raffigurarono con il fez dei fascisti quando, all'inaugurazione di un ipermercato, il re della Tv commerciale disse che, se fosse stato romano, tra Fini e Rutelli avrebbe scelto Fini. Lo snobbavano, ma in due sole mosse Berlusconi aveva creato il bipolarismo italiano: il polo dei suoi devoti, e quello dei suoi nemici. Stava celebrando la «religione del maggioritario» in cui il leader incontrastato trascinava il suo popolo affamato di figure carismatiche, l'«Unto» che nel favore popolare trovava la sua consacrazione. In pochi mesi sbaragliò la sinistra che, nella dissoluzione dei vecchi partiti di governo, pensava di avere la vittoria in mano con la «gioiosa macchina da guerra» capeggiata da Achille Occhetto. Cominciò lì il grande trauma da cui la sinistra non si sarebbe più ripresa.

Ascesa e crepuscolo: i 17 anni del Cavaliere
                               
La gioiosa macchina da guerra non prese nemmeno un voto in più di quelli incassati dalle formazioni che avevano ereditato le insegne del vecchio Pci più qualche frangia di sinistra multicolore. Non se ne capacitarono più. Cominciò la caccia al colpevole. E cominciò pure il vaniloquio contro il destino cinico e baro che prendeva a bersaglio qualunque cosa o personaggio potesse suggerire il senso di un sortilegio malvagio, più che di una normale elezione perduta: la calza sull'obiettivo della telecamera con cui Berlusconi avrebbe reso più soffice e seducente il suo messaggio video; la spilla appuntata sul bavero del doppiopetto berlusconiano che, secondo i più temerari esegeti della videocrazia, avrebbe riflesso sugli occhi degli sprovveduti telespettatori chissà quali bagliori subliminali. E poi addirittura l'ipnosi; Raimondo Vianello; Ambra; il karaoke; gli spot della pubblicità, e così via. La sinistra, che aveva sin lì coltivato solide radici popolari, cominciò a diffidare del popolo, della gente non inquadrata, degli elettori a suo insindacabile ed elitario parere imbottiti di stupidaggini pubblicitarie e schiavi della televisione.

Qualcuno riuscì persino a maledire il suffragio universale: in fondo, addirittura si disse e si scrisse, il popolo furente e indisciplinato aveva nella storia già scelto Barabba e sacrificato Gesù Cristo. È vero che nessuno ebbe il coraggio di paragonarsi esplicitamente a Gesù Cristo. Ma il «ladrone» era quello lì, l'arcitaliano che con un «rassemblement» molto simile a un'accozzaglia di avventurieri, con l'espediente furbo della doppia alleanza con il Msi (non ancora An) al Centrosud e con la Lega al Nord, con uno schieramento che non poteva vantare alcun legame con i partiti storici che avevano stilato la Costituzione italiana, aveva avuto l'ardire di traslocare Cologno Monzese a Palazzo Chigi. Con tutto un contorno di azzimati sconosciuti armati di un grottesco «kit del candidato» che la Roma politica e giornalistica accolse come i marziani, tutti con il blazer, tutti cloni del Capo, tutti obbedienti soldatini pescati nelle selezioni supervisionate dalla Publitalia di Marcello Dell'Utri. Non era la «rivoluzione liberale», promessa e mai arrivata, ma una rivoluzione antropologica sì: l'azienda che si fa potere politico, senza la mediazione dei partiti. «Colpo grosso», dissero e scrissero. Ma il fatto più grosso è che a sinistra non riuscirono a capire dove avessero sbagliato. E non ci riuscirono, per la verità, per tutti i diciassette anni successivi, fino a quando Berlusconi, immerso nei suoi errori, circondato da nugoli di cortigiani e cortigiane che gli hanno fatto perdere il senso della realtà, è sprofondato sì, ma solo per suo proprio demerito.

Il Berlusconi IV
                               
Hanno sperato per anni sulla spallata giudiziaria, sempre contando sull'aiutino extrapolitico per cavarsi fuori dai guai. In realtà avrebbero pur trovato per ben due volte, nel 1996 e nel 2006, il messia buono, il leader in grado di battere Berlusconi alle elezioni, di incarnarne l'antitesi caratteriale: il professore contro il tycoon, l'uomo del rigore contro l'uomo dei sogni, la sobrietà contro la sfrenatezza, la bicicletta contro le ville sfarzose, i mausolei funebri emblema della megalomania, la volgarità della ricchezza ostentata. Avrebbero pur trovato Romano Prodi, ma per due volte l'hanno impallinato. Poi hanno fatto il Pd con la «vocazione maggioritaria» e hanno passato il tempo restante a impallinare il leader che di quella vocazione si era fatto interprete: Walter Veltroni. In fondo, a conti fatti, la sinistra ha governato sette anni su diciassette di Seconda Repubblica (più un annetto in campo neutro con il governo Dini del '95). Ma gli storici del futuro identificheranno la Seconda Repubblica esclusivamente con l'uomo che l'ha governata per gli altri nove. E che, anche quando stava all'opposizione, governava pur sempre le fantasie politiche degli italiani, invadeva tutto il campo della visione e dell'immaginazione con le sue barzellette, i suoi «mi consenta», i suoi «cribbio», le sue cravatte a pois, i suoi Apicella, le sue «navi della libertà», le sue gaffes internazionali con cucù, corna e «abbronzati», le sue bandane, i suoi travestimenti ogni volta con un cappello diverso in testa: il presidente operaio, il presidente ferroviere, il presidente in pelliccia nella gelida dacia di Putin. Basta dare un'occhiata agli scaffali delle librerie, per accorgersi che il fenomeno Berlusconi ha ispirato tonnellate di libri: sul corpo di Berlusconi, sulle nequizie di Berlusconi, sul lessico di Berlusconi, sulle inchieste che coinvolgono Berlusconi. A tutti gli altri solo le briciole.

Il berlusconismo ha sfatato, nei lunghi anni del suo predominio, molti luoghi comuni, alcuni dei quali generosamente profusi dal suo stesso inventore e artefice. Sfatato il mito del Berlusconi decisionista. In diciassette anni non ha dato corso nemmeno all'inizio di una riduzione fiscale promessa con l'accattivante slogan «meno tasse per tutti». Non ha liberalizzato l'economia e anzi, con il caso Alitalia, si è dimostrato anche discretamente statalista e dirigista. Il popolo delle partite Iva, il ceto medio produttivo, la piccola impresa, gli outsider che lo hanno osannato a Vicenza quando nel 2006 Berlusconi sfoderò il meglio del suo repertorio di comunicatore politico, tutti costoro, il blocco sociale del berlusconismo (e del leghismo), hanno dovuto ricredersi, a loro spese: l'Italia è sempre ingessata, asfissiata dalla burocrazia, massacrata da un Fisco esoso. Un'altra leggenda messa a punto dall'ufficio pubbliche relazioni del berlusconismo è che Berlusconi sia un perfetto eroe della tolleranza, un «editore liberale», un capo bonario che ha una parola buona per tutti. È noto invece quanto Berlusconi sia stato ossessionato da Santoro e Biagi senza mai frenare un desiderio compulsivo di mettere a tacere chi, dal suo regno televisivo, faceva opera di irriverente disturbo. E quanto a tolleranza, il modo sbrigativo con cui si è liberato di Fini, nel coro ossequioso degli aennini ex finiani, dimostra che per Berlusconi troppo spesso il dissenso coincide con il «sabotaggio», il dubbio con il «remare contro», il «no» come una perversa insubordinazione. Basta vedere quanti sono i desaparecidos del berlusconismo nascente: una schiera infinita, sostituita da yes men e incensatori, miracolati e clienti, faccendieri e ragazze che hanno trovato un modo tutto loro per fare carriera nella politica, nello spettacolo e nella politica-spettacolo.

Ma l'altro mito da sfatare, stavolta costruito dai suoi avversari supponenti e sussiegosi, è che Berlusconi sia stato un incapace della manovra politica, bravo nei comizi, ma deficitario nella tattica, imbattibile nella propaganda di se stesso, ma sperduto nei palazzi del potere e dell'establishment. E invece il suo capolavoro politico Berlusconi ebbe a realizzarlo proprio nel quinquennio in cui è all'opposizione, tra il '96 e il 2000. Sembrava finito. Le inchieste giudiziarie, con Stefania Ariosto nel ruolo di nuova vestale della democrazia violata, sembravano averlo messo ko. Il centrosinistra mieteva vittorie su vittorie nelle elezioni dei grandi comuni. Prodi avviava il Paese al grande azzardo dell'euro. E invece Berlusconi rovesciò il piatto, anche con la complicità di un Ulivo autolesionista, votato all'autodistruzione. Riconquistò un ruolo di protagonista nella Bicamerale. Fece del caos sconclusionato di Forza Italia il pilastro italiano del Ppe. Divenne determinante, rimettendosi nel gioco politico dal quale era stato estromesso, per l'elezione di Carlo Azeglio Ciampi al Quirinale. E soprattutto ingoiò tutti gli insulti di Bossi, mise da parte l'amor proprio di chi era stato indicato come un criminale dalla Lega del ribaltone, e realizzò il capolavoro che avrebbe stabilizzato la sua egemonia nella scena politica della Seconda Repubblica. Con l'«amico» Bossi che non lo chiamava più «Berluskazz, Berluskaiser», Berlusconi espugnò la rossa Bologna, stravinse le elezioni Regionali del 2000 costringendo D'Alema (il superpolitico D'Alema, l'erede di Togliatti) alla resa e si preparò al trionfo del 2001. Con la Lega Berlusconi capì che poteva contare su una maggioranza stabile nel tempo. Nella legislatura tra il 2001 e il 2006 fece di tutto per perdere le elezioni successive: ma alla fine solo una manciata di voti alla Camera lo divise dal vincitore Prodi, il leader del centrosinistra che tutti i sondaggi tranne uno davano in testa di almeno tre-quattro punti.

Il destino ha voluto che proprio sul rapporto con la Lega, quello riconquistato a furia di cene del lunedì e di ripetuti omaggi all'«amico Umberto», Berlusconi vedrà alla fine lo scoglio su cui si infrangeranno oltre diciassette anni di protagonismo assoluto nella Seconda Repubblica. Il logoramento dell'asse del Nord, sempre più intaccato sotto traccia anche se mediaticamente in secondo piano rispetto alla sindrome del bunga bunga che ha scandito l'avvitarsi berlusconiano in una fortezza oramai sempre più vulnerabile, è il vero inizio di una sconfitta che rompe uno schema fortissimo e collaudato negli anni. Nonostante il pasticcio della «nipote di Mubarak», nonostante lo sconcerto che ha trascinato lo stesso elettorato del centrodestra nella disillusione e nello sconforto alla vista del sistema delle «olgettine», la cassaforte del rapporto con la Lega è stato davvero l'ultimo bastione prima della conclusione di un ciclo politico.

 
Gli ultimi anni del berlusconismo si sono specchiati anche nel volto sempre più cupo e iracondo del suo artefice massimo. Scomparsi i sorrisi, svanito il contatto magico con la folla, rovesciata la convinzione che tutto ciò che veniva toccato dalla mano di Berlusconi si sarebbe trasformato in ricchezza, successo, voti, consenso, simpatia, la stessa espressione facciale del Capo indiscusso del centrodestra è diventata progressivamente il simbolo di una storia che stava giungendo inesorabilmente al crepuscolo. Nessuno, tra i suoi sodali più stretti, aveva il coraggio di mettere il leader di fronte alla nuda verità: che il rapporto con l'Italia che lo aveva amato si stava sfaldando, che il sistema delle «cene eleganti» stava deteriorando irreversibilmente l'immagine del leader nel suo stesso elettorato, che l'immagine del leader accanto a Scilipoti stava diventando un terribile boomerang. Si è imposta invece l'ossessione del grande complotto, l'angoscia che vuole snidare da ogni angolo in penombra traditori, ingrati, disertori. Il Berlusconi sorridente e sicuro di sé della discesa in campo si è trasformato nel Berlusconi assediato nel suo bunker a cercare di rintuzzare colpo su colpo. Una parabola triste per una storia che ha conosciuto anche momenti di grandezza. Anche se la grandezza maggiore è quella di chi sa cogliere il momento dell'uscita un attimo prima della caduta rovinosa.

sabato 22 ottobre 2011

Congratulazioni Orfeo!



Con estremo piacere, riportiamo il discorso della premiazione del nostro Orfeo, ringraziando per la gentile concessione il Dott. Visonà, rappresentante del Laboratorio Brendola.

Congratulazioni Orfeo! :-)

Buonasera e Benvenuti a questa serata del premio laboratorio Brendola.
Ringrazio tutti i presenti e gli amici della bottega teatrale di Bruno Scorsone che ci ha intrattenuto con il suo magnifico spettacolo. L’associazione laboratorio Brendola non ha titoli speciali per emettere giudizi, ma da sempre ha sostenuto che valorizzare le persone di una comunità è un compito fondamentale ed in assenza di iniziative di tipo istituzionale si è impegnata a svolgere questo ruolo in modo modesto, ma significativo.

E’ un rito che si ripete da 15 anni sempre in questa sede e in questo periodo. Continuiamo a sostenere che valga la pena  premiare quanti si impegnano per il nostro paese. Crediamo che tante persone hanno enormi potenzialità ed energie da spendere a vantaggio di tutti e dell’intera comunità. Siamo impegnati a difendere l’idea che riconoscendo le qualità degli altri possiamo migliorare, continuare a crescere come persone e come cittadini. Siamo rimasti ancorati all’idea che è meglio benedire degli altri, valorizzare le buone qualità delle  persone e mettere in evidenza gli aspetti migliori di un paese piuttosto che maledire delle  incapacità e dei limiti esistenti.

 E’ questo un anno difficile per tanti motivi, in particolare per la crisi economica che stiamo vivendo e che ci tocca tutti. Un periodo che mette in evidenza oltre le difficoltà economiche anche le profonde criticità culturali ed etiche. La globalizzazione, i mercati, la finanza viaggiano sopra le nostre teste e noi abbiamo rinunciato ad incidere per il nostro piccolo sugli avvenimenti della storia. Una rinuncia a tanti principi e valori  che dovrebbero guidare la nostra vita quotidiana, ma che sembrano non far parte di tanta classe politica e dirigente di questa nazione. Abbiamo ridotto il mondo ad economia dimenticando tutto il resto: l’amore, l’altruismo, la generosità, la solidarietà, l’onestà,il senso di responsabilità, la coerenza, l’affidabilità, l’umiltà, il valore della parola data, il rispetto del diverso, il senso intergenerazionale, la caducità della vita e l’inevitabilità della morte. Un anno difficile che sembra premiare l’individualismo di quanti si sono dedicati esclusivamente ai propri interessi, all’idea che ci si possa salvare da soli in barba agli altri, all’idea che il denaro possa risolvere ogni problema, all’idea che qualche povero in più non rovina il paese.

Un anno difficile per la miopia di quanti avrebbero dovuto capire in anticipo certi fenomeni e hanno guardato altrove cercando di conservare privilegi e vantaggi senza progettare e pensare in grande e per tutti. Un anno difficile perché tanti di noi pensano che il mondo possa cambiare per opera dei condottieri dimenticando che il mondo cambia solo se ognuno di noi cambia, si converte, si modifica. Siamo solo dei granellini di sabbia presi da soli, ma insieme possiamo fare un deserto, siamo solo delle minuscole stelle, ma insieme possiamo formare una galassia.

In questa situazione critica stasera abbiamo la fortuna di avere con noi Orfeo Rigon, persona unica e squisita, che proprio niente ha da spartire con quanto si è detto di certe criticità. E’ un piacere unico poter annoverare tra i nostri cittadini una persona come Orfeo, esempio di  integrità morale, culturale, di grande disponibilità e generosità, di enorme pazienza e costanza nel perseguire il benessere personale e collettivo. La sua storia di vita lo certifica ed è visibile a tutti. Si è confrontato con le difficoltà della vita fin da piccolo lottando per conquistare una autonomia motoria ritenuta quasi impossibile, superando con tenacia e determinazione le sue limitazioni accettando con serenità la dura battaglia quotidiana.

E’ facile fare dichiarazioni, ma non è altrettanto facile trasformare dei limiti in opportunità di sviluppo di sensibilità, altruismo, conoscenza, cultura ed impegno per la comunità. Ricordo che oltre aver accudito e sostenuto il mondo del volontariato si è speso anche politicamente facendo il sindaco. Sicuramente uno dei migliori che Brendola può annoverare nella sua storia, riconoscimento certificato dai suoi sostenitori, ma anche da quanti non militavano nel suo gruppo, dai dipendenti comunali e da quanti hanno avuto problemi da risolvere durante il suo mandato.
Persona equilibrata, modesta, tollerante, disponibile non poteva non dedicarsi anche al mondo dell’handicap. Da anni ed anni è presente in Cooperativa sociale ’81, in cooperativa Piano Infinito ed attualmente è anche presidente della Fondazione Paolino Massignan dopo di Noi.

Ha lavorato in tutti questi anni a tessere relazioni, intese, collaborazioni, smussando difficoltà, incomprensioni, rimuovendo ostacoli ritenuti insuperabili, coinvolgendo con pazienza e tenacia tutto il mondo dell’handicap. Formalmente è in pensione in pratica lavora a tempo pieno in Fondazione e nelle cooperative.  E’ difficile spiegare la sua bontà d’animo, la profondità di pensiero, la saggezza che sparge attorno perché considera tutto questo come aspetti normali della vita. Forse riesco a spiegarmi meglio dicendo che vicino a Lui ti senti bene compreso, rispettato, accettato, riconosciuto e stimato.

Per provare queste sensazioni è necessario stare vicino a una persona speciale come Lui che di tutte queste qualità è impregnata profondamente. Questa serata vogliamo dedicarla a Lui come  un riconoscimento del notevole apporto che ha dato a migliorare questo paese  attraverso la sua vasta rete di contatti lavorativi, politici, sociali e relazionali in tutta la provincia. Si, lui ha portato in giro per il mondo un’immagine di Brendola come luogo di eccellenza, come comunità in grado di spendersi per il bene di tutti, come paese in grado di formare uomini veri.

Certamente la sua presenza ha migliorato il livello di cultura, di umanità e di solidarietà di questo paese e di questo lo ringraziamo sinceramente consegnandogli il premio.

mercoledì 19 ottobre 2011

Basta!


Un interessante articolo di ieri, 18 ottobre, da qui.

I Comuni che dicono basta così

Piani regolatori a crescita zero

Stop a permessi per costruzioni su terreno vergine o varianti per rendere edificabile un terreno agricolo




MILANO - Un nuovo quartiere di villette che porta in dote al Comune una strada e due rotonde. Oppure un centro commerciale che frutterà una pista ciclabile, una piscina, magari un asilo. Come si comportano i Comuni, quando non hanno abbastanza soldi e hanno bisogno di opere pubbliche? Quasi sempre cercano di ottenerli con gli oneri di urbanizzazione. In Lombardia, invece, c'è chi ha fatto una scelta controcorrente. Sono i Comuni di Cassinetta di Lugagnano, Solza, Pregnana Milanese, Ozzero e Ronco Briantino. Questi cinque centri, tutti sotto i 10 mila abitanti, hanno adottato un piano regolatore «a crescita zero». Ovvero, un piano che non concede più costruzioni su terreno vergine, né permette di fare varianti per rendere un terreno agricolo edificabile. Si può costruire solo sull'esistente o sulle aree dismesse e si fanno eccezioni solo per le aziende situate nella zona industriale e che abbiano necessità di espandersi, perché questo giova al mercato del lavoro. STOP ALLE COSTRUZIONI – Pioniere in questo campo è stato il Comune di Cassinetta di Lugagnano, piccolo centro di 1.800 abitanti sul Naviglio Grande, nel Parco del Ticino. Qui il piano di governo del territorio (Pgt) «a crescita zero» è in vigore dal 2007. «Volevamo svincolare il futuro del nostro territorio dalle esigenze di bilancio. In Italia la pianificazione urbanistica è pressoché assente, e dove non vi sono regole a garanzia dell’interesse collettivo, prevalgono gli interessi di pochi, di chi domina il mercato», spiega il sindaco e blogger Domenico Finiguerra, che in questi anni si è dedicato anche alla fondazione di un movimento nazionale contro il consumo di territorio. «È un meccanismo deleterio, che permette di finanziare i servizi ai cittadini con l’edilizia. Si tratta però di entrate una tantum e siccome il territorio non è infinito, prima o poi termineranno».

RISPARMIO, GARE E MATRIMONI – Ma come si fa a tenere in piedi un bilancio rinunciando a una fonte di introito così importante? Con rinunce a ciò che non è indispensabile (niente staff per il sindaco, niente auto comunali, niente eventi se non sono sponsorizzati) e poi dedicando molto tempo alla stesura di progetti per la partecipazione a bandi di finanziamento pubblici e privati. «Solo per la nuova scuola dell’infanzia abbiamo acceso un mutuo da un milione di euro, coperto con l'aumento di un punto dell’Ici sulle seconde case, sui capannoni e sulle attività produttive. Una sorta di tassa di scopo», spiega Finiguerra. La fonte di introito più originale a Cassinetta è però quella dei matrimoni: in Comune ci si può sposare anche a mezzanotte, e sindaco e consiglieri vanno a celebrare le nozze ovunque gli sposi vogliano: il paese è pieno di ville settecentesche sul Naviglio che possono essere affittate per il ricevimento. Ovviamente, le tariffe sono elevate, ma questo ha portato nelle casse comunali quasi 20 mila euro l'anno scorso.

LE CRITICHE E IL PARERE DEI COSTRUTTORI – «Un piano simile può tenere in piedi un paesello, ma non può funzionare in una città». È un piano «bello nell'idea, ma irrealizzabile». «È solo una moda che passerà». Queste le critiche più frequenti che i Comuni si sono trovati ad affrontare. Anche la Provincia di Torino, tuttavia, ha recentemente adottato un piano territoriale di coordinamento provinciale (l'equivalente del Pgt, ma a livello di provincia) che cerca di limitare il consumo di suolo e norme simili sono la normalità in Germania. «Se lo fa Monaco di Baviera non vedo perché non può riuscirci una città italiana», ribatte Finiguerra. «È un tentativo di frenare la conurbazione, che invece nei dintorni di Milano sta diventando un fenomeno inarrestabile». D'altronde, sulla necessità di frenare la conurbazione è intervenuto più volte anche il presidente dell'Ance (Associazione nazionale costruttori edili) Paolo Buzzetti. «Vi è bisogno di una visione strategica a medio-lungo termine dello sviluppo del territorio urbano», ha spiegato Buzzetti agli stati generali delle costruzioni. «Occorrono nuovi meccanismi urbanistici che rendano possibili, anche da un punto di vista economico, le operazioni di riqualificazione urbana, gli interventi di demolizione e ricostruzione e di sostituzione. E considerata la scarsezza di risorse pubbliche devono, per forza, rinvenirsi processi virtuosi con il coinvolgimento dei privati». In pratica, è necessario «il passaggio da una cultura di espansione a una cultura di riqualificazione». Sempre secondo l'Ance, il 2010 ha segnato per il terzo anno consecutivo una riduzione nel settore delle costruzioni, che dal 2008 a oggi ha perso il 17 per cento del mercato.

IL MOVIMENTO «STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO» - In Italia spariscono ogni anno 500 chilometri quadrati di suolo. Inoltre, si stima che esistano almeno 2 milioni e mezzo di case vuote. Sulla base di questi dati è nato il movimento nazionale Stop al consumo del territorio, la cui assemblea costituente si terrà sabato 29 ottobre a Cassinetta di Lugagnano. Al movimento aderiscono molte associazioni, tra cui anche Slow Food. L'obiettivo è lanciare la campagna «Salviamo il paesaggio» con anche una proposta di legge popolare per cambiare le cose.

Giovanna Maria Fagnani
18 ottobre 2011

mercoledì 12 ottobre 2011

Decenza


Da qui.

Il limite della decenza

Oramai un rancore sordo e inestinguibile sta rendendo impossibile la convivenza di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti in uno stesso governo. Mentre le agenzie di rating declassano l'Italia, il ministro dell'Economia rilascia dichiarazioni in cui, neanche tanto velatamente e malgrado tardive e poco persuasive smentite, si indica come esempio virtuoso la scelta di Zapatero in Spagna di farsi da parte e di anticipare le elezioni. Altri ministri rispondono con invettive e addirittura, come Giancarlo Galan, oltrepassando la soglia dell'insulto. Non sono più i colpi e le tensioni che oramai da mesi intossicano il rapporto tra Berlusconi e Tremonti: siamo alla guerra totale. Ma un Paese in cui il governo è così spaccato appare un Paese senza timone. Allo sbando. Non ce lo possiamo permettere.
Il gorgo rissoso in cui sta sprofondando la lite tra il premier e il suo ministro non è solo un'offesa allo stile o una macchia che mina la credibilità dell'Italia. È il simbolo di una paralisi: la stessa che sta impedendo, nello smarrimento di quel minimo di senso delle istituzioni che un governo ha il dovere di onorare, la nomina del nuovo Governatore della Banca d'Italia.
Un governo che si comporta in questo modo autolesionistico scatena inevitabilmente la guerra di tutti contro tutti. Dove ciascuno gioca per sé, scambiando il proprio «particolare» per l'interesse generale che dovrebbe invece essere promosso e custodito da un governo democraticamente eletto. Ma un governo così lacerato appare sempre meno in grado di trasmettere agli italiani il senso di una riscossa e di un soprassalto di orgoglio. E quando la politica appare vuota e impotente, troppe corporazioni si affollano vocianti per rubarle il mestiere. Con il rischio che poi non sappiano più fare nemmeno il loro.

Senza una guida politica, oggi le «parti» aspirano abusivamente all'«intero»: non più parti sociali, ma surrogati di partiti politici. Con la pretesa di sostituirsi ai governi. E con il rischio che le singole parti sconfinino in un terreno in cui gli interessi particolari, frammentati e parcellizzati, siano scambiati per l'interesse generale. Una pretesa sbagliata. Una scena in cui tutti i ruoli si confondono. La Confindustria gioca la carta del protagonismo politico. Gli ordini professionali contrari alle liberalizzazioni si organizzano come lobby in Parlamento. La Confcommercio denuncia come leso «interesse generale» l'aumento dell'Iva. La Cgil sublima come «diritti fondamentali» gli interessi della sua base di pensionati e la Cisl quelli dei «suoi» statali. E così via. Tutti con la segreta speranza di accumulare visibilità e forza nell'attesa che il ciclo berlusconiano si esaurisca.
La lite tra il premier e il suo ministro dell'Economia non può perciò non avere una fine, e in tempi brevissimi. Se il ministro ritiene giusta la scelta di Zapatero, per il bene della Spagna, di togliersi dalla scena, tragga lui le conclusioni sull'eventualità che l'esempio spagnolo sia emulato dal governo italiano, o almeno dal suo ministro dell'Economia. E se il premier ritiene davvero, come sostengono i suoi pasdaran, che addirittura Tremonti abbia tramato con le agenzie di rating per infliggere un colpo durissimo al governo di cui pure è magna pars , non può pretendere che questo sospetto infamante, se confermato, possa restare senza conseguenze. In un Paese serio, non nel teatrino tragico che lo sta rappresentando.

06 ottobre 2011 07:56