domenica 24 giugno 2012

W le tasse!


Vi aspettiamo Mercoledì 27 Giugno 2012 alle ore 20.45 al Centro di Pubblica Utilità di Vò, sala D per discutere, conti alla mano, di come Ceron e la sua banda triplicheranno l'IRPEF e aumenteranno l'IMU senza prima tagliare le spese inutili.


domenica 17 giugno 2012

Se le illusioni...


Giovanni Sartori ci delizia con questo articolo, dal Corriere.



Se le illusioni volano in Rete

Mi sono sempre chiesto se Berlusconi leggesse qualcosa. Finalmente ho scoperto che studia i comizi di Grillo (cito Verderami sul Corriere di sabato scorso). Studia nel senso che passa almeno un paio di ore al giorno a visionare i suoi filmati e a leggere testi del suo blog. A detta di Verderami, il Cavaliere lo ritiene «la sua brutta copia». A me non sembra, ma non importa. Importa che Berlusconi si proponga di surclassarlo e di batterlo al suo gioco. E se così fosse prenoto sin d'ora un posto in prima fila per lo spettacolo.
Berlusconi ha capito per primo la forza politica della televisione, e difatti se ne è anche impadronito. Grillo ha capito a sua volta la forza dei blog, e piano piano ha fatto breccia usando questa nuova tecnologia «povera». Ma Berlusconi è arrivato al governo, e ha governato perché ha anche costruito un partito che per quanto «liquido» e mai denominato tale, resta pur sempre un partito, mentre Grillo non costruisce niente.Dichiara a Gian Antonio Stella (su Sette dell'1 giugno): «Diventi un partito quando discuti della struttura. Non va bene. Bisogna discutere all'aperto, con i cittadini. Facciamo l'iperdemocrazia... e il Parlamento deve avere l'obbligo di discutere le leggi popolari che vengono presentate». Presentate da chi? Formulate da chi? In attesa di saperlo, il discorso poggia sul vuoto, poggia pressoché sul nulla.
Però di quel nulla Grillo è il padre-padrone. Per questo rispetto, Grillo è come Bossi, o persino più padre-padrone di Bossi (pre ictus, si intende). Il recentissimo caso di Parma è esemplare. Il nuovo sindaco è un grillino, Federico Pizzarotti. Potrà essere un bravo sindaco che farà, imparerà a fare, il mestiere «pulitamente». Ma anche a lui occorre uno staff . Così appena eletto si propone di nominare Valentino Tavolazzi direttore generale del Comune. La persona è specchiata e, a quanto pare, stimata. Ma il povero Tavolazzi si è permesso, in passato, di esprimere qualche blanda critica su Grillo. E così niente da fare: Grillo pone il suo veto e fa sapere al suo sindaco che il movimento delle Cinque Stelle lo avrebbe sconfessato. Pizzarotti ha dovuto trovare un pretesto per obbedire. Ma l'episodio è, nel suo piccolo, gravissimo.
Il grillismo, nella predicazione del suo capo, è un insieme di critiche quasi sempre ovvie e anche fondate, e di proposte che sono invece troppo spesso o sballate o imbecilli o soltanto demagogiche.
Poco male, dicevo a me stesso. Di una nuova generazione «pulita», anche se impreparata, il Paese ha molto bisogno. E il grillismo, così come ha già fatto il leghismo, potrà fornire soprattutto a livello di Comuni medio-piccoli bravi sindaci e bravi amministratori. Vedi il leghista Flavio Tosi, sindaco di Verona. Ma né Bossi né Grillo possono allevare una classe di governo. Loro sono i primi a non avere nessunissima idea delle complessità nelle quali i governi dell'Occidente si trovano oggi invischiati. Cacciare i politici «ladri», questo sì; ma portare al potere centrale brave persone che però non sanno nulla e sui quali Grillo si propone anche di comandare, questo no. So che così dicendo mi metto fuori gioco. Pazienza. Lo sono già per meriti dì età. 
15 giugno 2012

Il culto dello sportello



Questo emblematico articolo a firma del grande Prof. Ugo Bardi, ci fa notare l'assurdo nel vivere quotidiano, o, in parole più tecniche, i rendimenti decrescenti della complessità, applicabili a tutti gli uffici pubblici, comune compreso.


L'edificio della motorizzazione civile sorge a una certa distanza dalla città. E' isolato nella piana; una specie di castello di Dracula trapiantato direttamente dalla Transilvania. Ci arrivo con la lettera che mi hanno spedito in cui mi minacciano di varie orrende pene e sanzioni se non gli fornisco prova che sono in possesso del libretto di circolazione della mia vecchia 500, datata 1965.

Nello stanzone dopo l'ingresso c'è una fila di sportelli, ognuno con la sua coda. Ci sono vari cartelli che descrivono cosa si fa a ciascuno sportello, ma nessuno che preveda l'esibizione di un vecchio libretto di circolazione. Non esiste un ufficio informazioni - tanto vale che mi faccia la coda di uno degli sportelli a caso. Scelgo quello dove si rinnova la patente. Arrivato finalmente allo sportello, l'impiegato mi dice che quello non è il posto giusto (grazie, lo sapevo!). Per fortuna, me ne è capitato uno gentile che fa una piccola ricerca chiedendo ai colleghi e poi mi dice di presentarmi all'ufficio xx al primo piano.

L'ufficio xx è attrezzato in modo interessante. Entrando dalla porta, ti trovi di fronte a una scrivania sopraelevata su un gradino in legno, che serve anche da barriera per impedire che il malcapitato utente violi il sacro spazio riservato agli impiegati. Mi fanno aspettare un po', per ribadire ancora di più la mia posizione di misero questuante. Poi arriva una signora che si siede alla scrivania sopraelevata, torreggiando su di me un po' come succedeva davanti ai banchi delle vecchie macellerie.

Le allungo il libretto della mia 500. Lei lo guarda e mi dice "mi deve fare una fotocopia". Mi azzardo a dire, flebilmente, "se fosse così gentile da......" Scuote la testa senza lasciarmi scampo. "C'è la macchina fotocopiatrice a pagamento al piano terra."

Al piano terra, giro a lungo per cercare di localizzare la fotocopiatrice, per la quale non sembra esistere nessuna indicazione. Finalmente, noto un tizio con dei fogli in mano che esce moccolando da una stanza. Dentro quella stanza, c'è una fotocopiatrice che sembra un reperto archeologico risalente ai palafitticoli che abitavano la piana in epoche remote. Mi provo ad utilizzarla e scopro subito il perché dei moccoli dell'utente precedente. Se metti 20 centesimi nella fessura apposita, la macchina emette alcuni pietosi rantoli ma non fa nessuna fotocopia. 

Mi dedico per qualche minuto alla mia dose di moccoli, poi domando a un tale che passa di li'. Lui mi indirizza al bar, un chilometro più avanti, dove hanno una fotocopiatrice. Riprendo la macchina e mi ci fiondo - tanto vale a questo punto farsi un caffè. Mentre sorseggio, mi domando se il gestore del bar non si dedichi per caso al sabotaggio della fotocopiatrice della motorizzazione per lucrare sulle fotocopie. Se è così, oggi ha esagerato con i sabotaggi. Non funziona nemmeno la fotocopiatrice del bar. 

Dopo ulteriori moccoli - ritorno alla fotocopiatrice paleolitica della motorizzazione. Lì, ci trovo altra gente che ha messo i 20 centesimi e stanno tutti moccolando in coro. Apro la maledetta macchina, tiro fuori i rulli, li libero dei pezzi di carta semi-bruciacchiati che li bloccavano. Richiudo il tutto, invoco brevemente gli Dei dei palafitticoli, premo un po' di bottoni a caso e - miracolo - funziona. Ricevo anche le lodi dei presenti per la mia azione di riparazione!

Porto la fotocopia all'ufficio al primo piano dove la tizia mi fa aspettare un altro po', poi arriva a torreggiare ancora sopra di me. Mi guarda forse un po' sorpresa che io sia sopravvissuto all'ordalia. Timbra qualcosa sul foglio ed è tutto finito. Una mattinata intera persa per una cosa che si poteva fare in 30 secondi via fax o via mail.

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Questa storia di una mattinata di ordinaria follia all'Ufficio della Motorizzazione civile è avvenuta l'anno scorso. E' una storia che direi tipica del "culto dello sportello" che ci sta affliggendo. Vi potrei raccontare altre storie di mattinate e mattinate perse stando in coda per avere udienza da un tale (o una tala) dietro uno sportello che ti chiede poi cose che dovrebbe già sapere (tipo il tuo codice fiscale) e che ti fa riempire moduli che potresti riempire tranquillamente a casa tua e mandare per posta.  (*)

Il tempo e le risorse perse in questa impresa assurda sono cose che non so quantificare; ma sono sicuramente ben oltre il ragionevole. Sembrerebbe che questo "culto dello sportello" sia un risultato necessario di quello che Joseph Tainter chiamava "i rendimenti decrescenti della complessità" che alla fine genera il collasso delle società umane. Se è così, è un'ulteriore indicazione di come ci stiamo distruggendo con le nostre stesse mani.




* Nonostante qualche lodevole tentativo da parte dei vari governi di semplificare la burocrazia, non sembra che si siano ottenuti risultati visibili. L'avvento di internet ha, se possibile, peggiorato le cose. Provate, per esempio, a cercare di far qualcosa con il sito dell'INPS - la procedura di identificazione è di una complessità spaventosa: più che di un ufficio al servizio del cittadino sembra degna del NORAD (il comando di difesa strategica degli Stati Uniti). Provateci con il sito dell'Agenzia delle Entrate, e vedrete che anche quello richiede una procedura di identificazione pazzesca, per poi spesso dirvi dopo un gran numero di passaggi che quello di cui avete bisogno lo potete fare soltanto - indovinate! - allo sportello. 

Vi faccio un esempio di una cosa che mi è capitata negli ultimi giorni. Per richiedere un duplicato di una tessera sanitaria on line, dovete fare una procedura di identificazione con l'agenzia delle entrate che sembra inventata da un comitato messo su dalla CIA e dall'FBI insieme. Alla fine vi prende lo scoramento e rinunciate. Se invece andate allo sportello della ASL, l'impiegata annoiatissima non vi chiede nemmeno chi siete. Preme un bottone e vi dice: "ti arriva a casa entro qualche giorno". Facilissimo, ma ha richiesto un'oretta di coda prima di arrivare allo sportello.

Tutto questo è un'azione di sabotaggio diretta appositamente contro l'uso di internet da parte del cittadino? Sarò complottista, ma ho qualche sospetto. 

mercoledì 13 giugno 2012

Siamo alla frutta (per chi non se ne fosse accorto)


Buona lettura.


Giochi pericolosi e calcoli miopi

La metafora del ballo nel salone delle feste del Titanic è logora, ma non so trovarne una più adatta a rappresentare il comportamento dei nostri partiti in questo momento. E sto parlando dei partiti «responsabili», di quelli che appoggiano il governo Monti. Degli altri, di quelli che lo contrastano in Parlamento o lo criticano dal di fuori, lucrando sul disagio e la disaffezione dei cittadini, non vale la pena di parlare e il giudizio più indulgente che si può dare di loro è che non hanno capito nulla della crisi drammatica in cui versiamo: se avessero capito, il giudizio dovrebbe essere molto più severo. Ma torniamo ai partiti «responsabili»: siamo sicuri che almeno loro abbiano un'idea realistica della gravità della situazione, della possibilità di una catastrofe imminente, di un collasso dell'euro e di una depressione economica mondiale? Da come si stanno comportando, non si direbbe.
Non mi riferisco agli episodi di cattiva politica appena denunciati dalle cronache, dal «salvataggio» del senatore De Gregorio alle discutibili nomine delle autorità indipendenti: episodi rivelatori, che rafforzano il disprezzo dei cittadini ma non incidono più di tanto sul giudizio che i mercati o le autorità sovranazionali possono dare del nostro Paese. Mi riferisco soprattutto all'insofferenza crescente che Pdl e Pd manifestano verso il sostegno al governo Monti. Per il Pdl l'ha denunciata con ammirevole chiarezza Schifani, per il Pd Bersani si è affrettato a smentire un'incauta (?) dichiarazione del responsabile per l'economia del suo partito: è chiaro però che il sostegno al governo, per entrambi i partiti, non sta scritto nelle Tavole della Legge ma costituisce un'opzione revocabile, soggetta a calcoli di opportunità politico-elettorale. Ma perché poi, un sostegno di legislatura, dovrebbe stare scritto nelle Tavole della Legge? Se il governo Monti, a giudizio di una parte significativa dei partiti che lo sostengono, non affronta in modo adeguato la situazione di emergenza in cui ci troviamo, perché trascinare questa situazione sino alla prossima primavera? Forse che gli spagnoli, pochi mesi fa, non hanno affrontato elezioni e cambio di governo senza conseguenze traumatiche?
Proprio il confronto con la Spagna ci può aiutare. Anzitutto la situazione internazionale era allora meno instabile e i risultati delle elezioni meno preoccupanti: in un sistema istituzionale così bene assestato com'è quello spagnolo, sicuramente avrebbe vinto un partito «ragionevole», che avrebbe seguito le indicazioni delle istituzioni europee e ascoltato con attenzione i messaggi dei mercati. Al di là dei pericoli che incombono sull'eurozona, in Italia neppure sappiamo con quale legge elettorale andremo a votare e quali partiti e coalizioni si presenteranno, con il rischio sempre più forte di un successo straordinario di partiti o movimenti «irragionevoli». Ci sarebbe però una certezza: che Mario Monti, sfiduciato, non sarebbe più presidente del Consiglio.
In un momento in cui tutte le decisioni cruciali si prendono in Europa o a livello internazionale, privarsi dell'unica risorsa che abbiamo non sarebbe solo un errore - rovescio intenzionalmente la famosa battuta di Talleyrand - sarebbe un crimine: chi possiamo mandare a trattare con la Merkel, o con Obama, o con Hollande tra i potenziali primi ministri che uscirebbero da elezioni anticipate? Ma stiamo scherzando?
Purtroppo non stiamo scherzando e vorrei essere chiaro in proposito. Vedo anch'io le difficoltà di questo governo, la sua fatica a prendere decisioni che incidano in profondità sui guasti del nostro Paese. È un governo nato debole e compromissorio - non credo che Monti, lasciato libero di decidere, si sarebbe preso tutti i ministri e sottosegretari che ha dovuto accettare - e ora, dopo una brillante partenza, è semiparalizzato dai conflitti della sua maggioranza e dall'inadeguatezza di alcuni suoi ministri. Potrebbe fare di più? Forse, e le scelte appena compiute sulla Rai dimostrano che uno spazio esiste: i commentatori indipendenti, anche se talora possono apparire ingenerosi e impolitici, è bene che continuino a ricordare lo scostamento che esiste tra quanto si fa e quanto si dovrebbe fare. Ma per colmare questo spazio, per piegare i partiti e gli interessi, Monti dovrebbe minacciarli con la bomba atomica delle sue dimissioni, se essi frappongono ostacoli al processo di riforma. Sarebbe una minaccia credibile? Ne dubito.
I partiti, l'abbiamo appena notato, la bomba atomica la stanno maneggiando con noncuranza loro stessi e anche i più cauti tra i loro leader scommettono sul fatto che Monti e Napolitano sono troppo responsabili per innescare quell'ordigno infernale allo scopo di spuntare riforme che i partiti non gradiscono. E dunque tirano la corda, con gli effetti che abbiamo sotto gli occhi.
11 giugno 2012 | 10:53

martedì 24 aprile 2012

L'autista-Bancomat e i segreti del Trota


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MILANO - «L'autista del Trota confessa: "Lo pasturavo io"», ammicca un twitterista nel gergo dei pescatori. Sintesi feroce, ma ci sta. Manco il tempo che l'ormai ex aspirante «delfino» di Umberto Bossi, sotto la tempesta, annunciasse l'addio al seggio regionale e gli cascavano addosso altre tegole. Le testimonianze imbarazzanti di due ex autisti.
Uno di questi racconta a Oggi (corredando le rivelazioni con dei video) che forniva a Renzo, per le spese personali, soldi della Lega. Cioè, visti i rimborsi elettorali, dei cittadini italiani: «Praticamente ero il suo Bancomat». Sarà dura, adesso, per il figlio prediletto dell'anziano e ammaccato leader leghista. In questi anni, par di capire, si era abituato bene. Prendeva, come consigliere della Regione Lombardia dove era stato eletto due anni fa nella scia di una campagna elettorale in cui il cognome che portava era un marchio che voleva dire fiducia («se lo candida il papà...») 150.660 euro netti l'anno. Vale a dire quanto il governatore del Maine Paul LePage (52.801 lordi), quello del Colorado John Hickenlooper (67.888 lordi) e quello dell'Arkansas Mike Beebe (65.890 lordi) messi insieme. Il triplo abbondante di quanto guadagna (66.000 lordi) un deputato all'assemblea della California, Stato che se fosse indipendente avrebbe il settimo Pil mondiale.

Sarà dura senza quella spettacolare prebenda e senza tutto il contorno al quale il principino della Real Casa Senaturia era stato abituato. Pranzi, cene, inviti, ragazze vistose, auto blu, chauffeur. Lo si capisce guardando la naturalezza con cui, nei video girati con il telefonino da quello che è stato per alcuni mesi il suo autista, Alessandro Marmello, video messi online da Oggi che martedì mattina pubblica l'intervista esclusiva, afferra le banconote da 50 euro come fossero il resto di un caffè alla cassa di un bar.
Il racconto dell'autista, anticipato dal settimanale, getta sale sulle ferite sanguinanti di tanti leghisti duri e puri che in questi anni avevano digerito di tutto. La prima mazzetta da 200 milioni di Carlo Sama al tesoriere-idraulico Alessandro Patelli, imbarazzante per chi come il Senatur aveva invitato Antonio Di Pietro e il pool Mani Pulite ad andare «avanti a tutta manetta». Poi le storiacce dell'investimento in un villaggio turistico croato. Poi il crac della «banca padana», quella Credieuronord sulla quale gli ispettori della Banca d'Italia stilarono un rapporto durissimo («incoerenze nella politica creditizia nonché labilità dei crediti»; «ridotta cultura dei controlli»; «scarsa cura prestata alle evidenze sui grandi rischi»; «ripetuti sconfinamenti autorizzati dal Capo dell'esecutivo» e «acriticamente ratificati dall'organo collegiale») ricordando che buona parte del capitale era evaporato per finanziare la società (fallita) Bingo.Net che aveva tra i soci leghisti di primo piano come Enrico Cavaliere (già presidente del consiglio del Veneto) e Maurizio Balocchi, il tesoriere del Carroccio, sottosegretario e addirittura (incredibile, ma vero) membro del consiglio di amministrazione della banca. Poi i ministri che prendevano come consulenti per le carceri dei grossisti di pesce congelato. Poi la notizia di tanti leghisti capaci di accumulare poltrone su poltrone, di assumere reciprocamente l'uno la moglie dell'altro, di usare l'auto blu con tanta strafottenza da finire sotto inchiesta...
Tutto, avevano digerito i militanti legati al sogno della Padania, del prato di Pontida (dove una mano ignota ha cambiato in questi giorni la scritta «padroni in casa nostra» con «ladroni in casa nostra») del mito celtico, del sole delle Alpi, del rito dell'ampolla. Sempre convinti che certo, nessuno è perfetto, ma Bossi! D'accordo, aveva fatto assumere da Francesco Speroni e Matteo Salvini, come portaborse all'Europarlamento, suo fratello Franco e suo figlio Riccardo, fatti rientrare solo dopo la denuncia del Corriere , ma come si poteva mettere in discussione Bossi? Ed ecco quel sale sulle ferite gettato oggi dall'autista: «Non voglio continuare a passare soldi al figlio di Umberto Bossi in questo modo: è denaro contante che ritiro dalle casse della Lega a mio nome, sotto la mia responsabilità. Lui incassa e non fa una piega, se lo mette in tasca come fosse la cosa più naturale del mondo».
Tutto filmato col cellulare: «Poteva essere la farmacia, ristoranti, la benzina per la sua auto, spese varie, cose così. Insomma, quando avevo finito la scorta di denaro andavo in cassa, firmavo e ritiravo. Mi è capitato anche di dover fare il pieno di benzina pure per la sua auto privata. Il pieno in quei casi dovevo farlo con i soldi che prelevavo in cassa per le spese della vettura di servizio. La situazione stava diventando preoccupante e ho cominciato a chiedermi se davvero potevo usare il denaro della Lega per le spese personali di Renzo Bossi».
«L'ho fatto presente a Belsito, spiegandogli che avevo pensato addirittura di dimettermi», continua Marmello, «Lui non mi ha dato nessuna spiegazione chiara. Io stavo prelevando soldi che ufficialmente erano destinati alle spese per l'auto di servizio ed eventualmente per le mie esigenze di autista e invece mi trovavo a passarne una parte a lui, per fare fronte anche ai suoi bisogni personali. Erano spese testimoniate da scontrini che spesso non riguardavano il mio lavoro. Non so se lui avesse diritto a quei soldi: tanti o pochi che fossero, perché dovevo ritirarli io? Ho cominciato ad avere paura di poter essere coinvolto in conti e in faccende che non mi riguardavano, addirittura di sperpero di denaro pubblico, dal momento che i soldi che prelevavo erano quelli che ritengo fossero ufficialmente destinati al partito per fare politica. Soldi pubblici».
Poco prima che il web fosse allagato dai commenti più salaci, Renzo aveva annunciato le dimissioni da consigliere regionale. Capiamoci, non aveva altra scelta se non quella di togliersi di dosso quanto più possibile i riflettori. Per allentare le pressioni su di sé, sul padre, sulla madre, sui fratelli con i quali, nei giorni del delirio d'amore leghista, aveva condiviso perfino lo stupefacente trionfo nella «classifica dei campioni dello sport più amati» pubblicata dall'adorante Padania dove alle spalle di Alex del Piero, Roberto Baggio o Fausto Coppi c'erano loro: «Bossi Sirio Eridanio voti 591; Bossi Renzo voti 588; Bossi Roberto Libertà voti 583». Davanti a mostri sacri come il libero del Milan Franco Baresi (553), il re delle volate Mario Cipollini (492) e addirittura Primo Carnera (437) Gustavo Thoeni, staccato a 433 miserabili punti.
L'annuncio: «In questo momento di difficoltà, senza che nessuno me l'abbia chiesto faccio un passo indietro e mi dimetto da consigliere regionale». Oddio, non è che fosse proprio vero se i leghisti di Brescia avevano fatto sapere già la loro intenzione di chiedere l'espulsione. Ma gli va dato atto che altri, al suo posto, non dovendo limitare i danni di papà, si sarebbero imbullonati al seggio per almeno altri sei mesi, così da maturare il diritto, fra una quarantina d'anni, al vitalizio: «Sono sereno, so cosa ho fatto e soprattutto cosa non ho fatto. In consiglio regionale ci sono stati avvenimenti che hanno visto indagate alcune persone. Io non sono indagato, ma credo sia giusto e opportuno fare un passo indietro per il movimento».
Parole studiate una per una, come il giorno in cui diede la sua prima intervista «importante» alle «Invasioni barbariche» di Daria Bignardi e si preparò per bene con l'autista-consigliere Oscar Enea Morando: «Davanti al pc studia qualche frase saggia qua e là per poterla far sua in caso di necessità, vediamo insieme una serie di puntate precedenti per capire la strategia della conduttrice, cerchiamo di capire quali sono le domande di routine per poter preparare qualche risposta da catapultare negli schemi degli italiani, prepariamo un bigliettino con i tempi della scuola prima di un'importante interrogazione...». «Tre valori in cui credi», gli chiese la Bignardi. E lui: «Beh, l'onestà sicuramente... Poi... No, perché l'onestà credo sia uno dei valori più importanti». «Poi?». «Non saprei...». «Sono valori tuoi...». «L'onestà prima di tutto, essere onesti, oggi, in questo mondo...». Si sentiva così sicuro, in quei giorni, il giovane erede del Capo, da spiegare che no, non gli pesava il soprannome di Trota: «Mi sono fatto anche le magliette».
Alla giornalista di Vanity Fair , per la sua prima vera intervista, diede appuntamento sul lago d'Iseo, dove arrivò con un'ora di ritardo al volante di una fiammante Audi A3. Spiegò che aveva un solo mito, suo padre: «È sempre stato il mio modello. Quando lo vedevi passare a Gemonio, dietro c'ero sempre io, con le mani in tasca come lui. A dieci anni ero già sotto il palco dei suoi comizi ad ascoltarlo». Quando gli fu chiesto se avesse mai provato delle droghe, rispose: «Nella vita penso si debba provare tutto tranne due cose: i culattoni e la droga». Spiegò quindi che il Mezzogiorno doveva puntare sul turismo anche se «sullo stato degli alberghi, giù, c'è tanto da fare». «Lei c'è mai stato?». «Mai sceso a sud di Roma».
Bocciato a ripetizione agli esami di maturità, disse che si abbeverava alla cultura paterna: «Amo la storia, come mio padre. Quando giriamo a Roma chiede continuamente: "Quella che chiesa è?". Sa sempre tutto, impressionante». Lo prendevano tutti in giro, per quelle bocciature. Perfino il Giornale del Cavaliere, amico di papà, si spingeva a pubblicare le battute più carogna del Web: «Il Trota non usa la posta elettronica perché ha paura di prendere la scossa». «Il Trota quando ha visto un quadro elettrico ha chiesto: chi è il pittore?». Ma lui, tranquillo. Sentiva dalla sua l'alone di quel «cerchio magico» familiare che oggi il «vero» sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini dice che «va distrutto in tutti i suoi elementi» con «una pulizia etnica, radicale, perché lì c'era un muro costruito attorno a loro che non permetteva a nessuno di mettere il naso dentro per vedere ciò che combinavano».
Un alone di amicizia, solidarietà, piaggeria. Che toccò vette ineguagliabili il giorno in cui sembrò che il «Caro Leader» avesse deciso di passare il testimone a lui, il Trota. «Io e Maroni siamo vecchi, siamo della Lega della prima ora. Noi dobbiamo lavorare per l'oggi e poi affidare il movimento a qualcuno che si sta formando», si inchinò Roberto Calderoli spiegando che quel qualcuno poteva essere proprio Renzo: «È la fotocopia del papà. Se lo facciamo crescere, avremo un ottimo cavallo da corsa». Roberto Castelli, deciso a non essere meno flessuoso nell'inchino, sviolinò: «La Lega prima che un partito è un modo di essere, quindi è naturale che un padre voglia trasmettere i propri valori ai figli. Conosco bene i figli di Bossi, quello più grande è un ragazzo eccezionale...». Il titolo di Libero fu da collezione: «I fedelissimi incoronano il principe: giusto così, buon sangue non mente».
Il guaio è che la Real Casa Senaturia, a quel principino adorato dai cultori delle gaffes (svetta sul web un video in cui si felicita per la scelta australiana di aprire un «training center» nel Varesotto per ospitare gli atleti impegnati in Europa: «Ci sarà un boom di collegamenti quindi sarà possibile trovare tanti canadesi in giro per Varese») ha riservato via via attenzioni crescenti. Fino al punto di prendere degli autisti-body guard apposta per lui. Come il già citato Marmello o Oscar Enea Morando, assunto il 5 agosto 2010 dal tesoriere Francesco Belsito con un contratto di 3.859 euro lorde al mese per 14 mensilità e il benefit di una casa arredata e presa in affitto dalla Lega (altri 9.600 euro l'anno: «Ma che casa! Un appartamento in una villa fantastica chiamata villa Paradiso... Il nome dice tutto!») nei dintorni di Gemonio.
L'uomo, dopo aver iniziato come autista del Senatur, racconta in un memoriale traboccante di punti esclamativi del quale ha già in mente la copertina (titolo: «Il giocattolo del Trota») di essere stato dirottato sul rampollo per una scelta diretta di Rosi Mauro e della moglie del Senatur Manuela Marrone. Indimenticabile il saluto al neoassunto dell'ardente vicepresidentessa del Senato al centro di mille polemiche in questi giorni per le spesucce messe a carico del partito e di Palazzo Madama in favore del suo diletto e impomatato cantante-segretario-boy-friend. Disse: «Benvenuto nel nostro mondo».
Gian Antonio Stella
10 aprile 2012 | 13:10

Politica, soldi e auto blu: la vita sognata dai figli e quella vissuta dal Senatur

Articolo del Corriere, da leggere.


Troppo comodo, scaricare sui figli. Sia chiaro, i viziatissimi «bravi ragazzi» di Umberto Bossi, con quella passione per le auto di lusso, i telefonini ultimo modello, le pollastrelle di coscia lunga, i soldi facili, se li meritano tutti i moccoli lanciati su di loro dagli italiani che faticano ad arrivare a fine mese e più ancora dai militanti leghisti che si tassano per comprare i gazebo e sono messi in croce in questi giorni dalle battutine feroci dei compaesani.
Deve essere insopportabile, per tanti volontari che vanno gratis ad arrostire polenta e salsicce (o addirittura il toro allo spiedo: maschio sapore celtico) alle sagre padane, vedere nei video dell'ex-autista la sfrontata naturalezza con cui il Trota afferra e si mette in tasca quelle banconote da cinquanta euro che a loro costano ore di lavoro in fabbrica o sui campi. O sapere che i soldi dei rimborsi elettorali al partito, soldi dei leghisti e di tutti i cittadini italiani, sono stati usati per affittare le Porsche di Renzo, tappare i debiti seminati da Riccardo o rifare un naso nuovo a Sirio Eridano.
La manifestazione dell'«orgoglio leghista» a Bergamo
                   
Ma sarebbe davvero troppo comodo, per chi vuole fare sul serio pulizia dentro il partito, scaricare tutto addosso a quei «monelli». Alla larga dai tormentoni sociologici, per carità, ma mettetevi al posto loro. Tirati su dentro un «cerchio magico», sono cresciuti come rampolli di una strana dinastia vedendo che la «Pravdania» pubblicava sei paginate d'untuoso omaggio per il genetliaco di papà («Sono più di venti anni che in questo giorno porgo i miei auguri al nostro amato Segretario...», scriveva con nord-coreano trasporto Giuseppe Leoni) e ne dedicava una intera al compleanno di Roberto Libertà: «Che fortuna avere 12 anni e festeggiarli in cima al Monte Paterno!». Per non dire di quell'altra che celebrava mesi fa una gara automobilistica del figlio di primo letto sul circuito del Mugello: «Weekend a tutto gas per Riccardo Bossi».



L'auto che Bossi Jr ha lasciato nel parcheggio della Regione Lombardia (Fotogramma)
Di qua assistevano alle sfuriate paterne (arricchite da corna, sventolio del dito medio, rutti e pernacchie) contro i lavativi e i «magna magna» e tutti quelli che vivevano «alle spalle dello Stato coi soldi del Nord» e di là vedevano mamma Manuela, pensionata baby dal 1996 quando aveva appena 42 anni, incassare per l'istituto «privato» Bosina («Scuola Libera dei Popoli Padani») contributi di soldi pubblici e leghisti (cioè ancora pubblici dati i rimborsi elettorali) così sostanziosi che Nadia Dagrada, la segretaria del Senatur, detterà a verbale: «Ho appreso da Belsito che nel 2010-2011 gli era stato chiesto da Manuela Marrone di accantonare, per cassa, una cifra di sostegno per la Bosina pari a circa 900 mila o un milione di euro».
Di qua sentivano il papà declamare che lui sta «dalla parte del popolo che si alza per andare a lavorare alle quattro di mattina», di là lo vedevano a quell'ora semmai andare a letto. E leggevano nella sua stessa autobiografia «Vento del Nord» scritta con Daniele Vimercati («L'ho letta tre o quattro volte... È un libro che mi piace rileggere spesso», raccontò Riccardo al Corriere ) che di fatto, tranne 10 mesi all'Aci, lui non aveva lavorato mai.
Di qua ascoltavano lo statista di famiglia tuonare in tivù contro «Roma ladrona» e «i politici di professione», di là gli vedevano accumulare legislature su legislature al Senato, alla Camera, all'Europarlamento. Di qua si bevevano le sue battute da intellettuale da osteria («È una battaglia tra espressionisti e impressionisti: noi siamo Picasso e gli altri dei muratorelli ignoranti»), di là apprendevano dai ritratti giornalistici e dalle interviste della prima «signora Bossi» Gigliola Guidali o della zia Angela («Ha detto che sono buona solo a far bistecche! Lui! Ah, se le ricorda bene le mie bistecche, lui! Perché per anni solo quelle ha mangiato, quel mantegnù . Che se non mangiava le mie bistecche, caro il mio Umberto... Ooh! Stiamo parlando di uno che ha organizzato tre feste di laurea senza essersi mai laureato») che il padre era stato uno studente discolo quanto Lucignolo, che aveva lasciato per noia l'istituto tecnico per periti chimici a 15 anni per diplomarsi («La prima tappa della mia marcia di avvicinamento alla cultura fu la scuola Radio Elettra di Torino, un corso per corrispondenza») quando era già sulla trentina.


Cosa potevano capire quei figli dell'importanza della scuola, della cultura, della laurea, scoprendo che il padre si era fatto la prima tessera di partito alla sezione del Pci di Verghera di Samarate scrivendo alla voce professione «medico»? Che si era candidato alle sue prime elezioni facendosi presentare dal settimanale il Mondo come «Umberto Bossi, un dentista di quarantadue anni di Varese»? Che si era definito nella sua stessa autobiografia un «esperto di elettronica applicata in sala operatoria»?

Se ce l'aveva fatta lui, dopo avere imbrogliato la prima moglie spacciandosi a lungo per medico (testimonianza della donna: «Dovetti chiedere di essere ricevuta dal rettore. E lì, in quella stanza austera, un tabulato mi rivelò quello che sospettavo: mio marito non si era mai laureato, alla sua fantomatica laurea mancavano ben undici esami») perché mai non potevano sognare anche loro, i figli, di vedersi spalancare davanti una strada di auto blu, folle in delirio, richieste di autografi, stipendi extralusso, segretarie premurose, titoloni nei tiggì, salamelecchi parlamentari, collaboratori e sodali in adorazione perenne? Perché mai studiare e cercare una propria strada nella vita e magari sgobbare duro per farsi una laurea in architettura o in biologia se era tutto lì, tutto facile, tutto a portata di mano grazie alla politica?

Certo, non tenevano conto che quel padre capace di dire tutto e il contrario di tutto (memorabili le retromarce non solo sul Berlusconi «mafioso» ma sulla Lega baluardo della cristianità dopo aver mandato a dire al Papa: «Oè, Vaticano: la Padania non ha interesse a cambiar religione, ma l'indipendenza non è in vendita. T'è capi'?») aveva anche uno straordinario fiuto politico e una capacità formidabile di parlare con il «suo» popolo. Ma come potevano capirlo, loro?

Gian Antonio Stella
11 aprile 2012 | 8:36

domenica 8 aprile 2012

Il tramonto del senatur



Ecco un bell'articolo che allieta ancor più queste giornate di festa.

Il tramonto del Senatur

Stefano Folli

«La Lega deve essere trasparente come un cristallo», sostiene il governatore del Veneto, Zaia. Impossibile non essere d'accordo: tutti i partiti, non solo il Carroccio, dovrebbero esserlo. Eppure la frase, pronunciata oggi, ha due significati. Può essere solo un'affermazione di maniera, di quelle senza tempo: valida dieci anni fa, due anni fa o fra tre anni.




Oppure può essere l'annuncio di una rivoluzione nel mondo leghista, quanto meno di una radicale rifondazione. Perché la vicenda Belsito dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio che il partito di Umberto Bossi, nella sua veste attuale, è ormai morente.

L'assetto di potere che lo ha retto negli ultimi anni è destinato a disintegrarsi di fronte alle accuse che colpiscono l'improbabile tesoriere e chi ne ha appoggiato le iniziative. Certo, da un punto di vista legale occorrerà attendere che l'inchiesta trovi riscontri definitivi. Ma sul piano politico quello che emerge è inquietante.

Altro che trasparenza. Lo scandalo che investe il vertice del Carroccio rivela un panorama che dire opaco è eufemistico. Sembra di assistere all'ultimo capitolo di una saga politica che già da anni era entrata in una crisi irreversibile, parallela al declino fisico del leader storico. Del resto, la falsa bandiera della secessione conteneva fin dall'inizio i germi di un'ambiguità che nel tempo non poteva non logorare la Lega, sospesa fra i falsi miti celtici evocati nel «pratone» di Pontida e una gestione spesso spregiudicata del potere concreto, quello garantito dal lungo sodalizio di governo con Berlusconi.




Sta di fatto che l'alternativa alla pseudo-secessione, cioè il federalismo fiscale e istituzionale, alla fine si è risolta in un fallimento, oltre che in un potenziale aggravio dei conti pubblici. Un gioco politico a somma zero dietro il quale, nel frattempo, si allargava la zona grigia su cui oggi i magistrati vogliono far luce.

Ieri sera tutti garantivano che Umberto Bossi è estraneo al marciume. Questo è possibile e al momento non ci sono riscontri che contraddicono tale convinzione. Ma si tratta di un aspetto persino secondario perché Bossi è un uomo provato dalla malattia che da tempo ha perso il suo antico, ferreo controllo sul partito. E in ogni caso, anche se non tocca il vecchio leader, l'indagine travolge un «establishment»: tutti coloro che fingevano di non sapere o si voltavano dall'altra parte.

Per lo stesso Maroni, che si presenta come oppositore del «vecchio regime» e uomo del domani, non sarà facile imporsi come il rifondatore del Carroccio. Perché non c'è dubbio che nel prossimo futuro la Lega avrà bisogno di essere ricostruita dalle radici, anche sul piano ideale, ripartendo dalla buona amministrazione negli enti locali. E non è detto che ci sia una classe dirigente davvero innovativa, in grado di attraversare subito il fiume. Vedremo già in maggio, nel voto amministrativo, come reagiranno gli elettori. Quello che si coglie con chiarezza - e non riguarda solo la Lega, come è noto - è l'indecenza dell'attuale normativa sul finanziamento ai partiti. La pratica dei «rimborsi elettorali», decine di milioni di euro elargiti senza alcuna garanzia di correttezza e trasparenza, è inaccettabile per un'opinione pubblica bombardata ogni giorno dalle tristi notizie sulla recessione e la disoccupazione. «Moralizzare» dovrebbe essere la parola d'ordine trasversale dei partiti in cerca di nuova credibilità. Fare pulizia e impedire gli abusi. Ma nessun vertice finora ha affrontato questo tema. Attendiamo fiduciosi.