martedì 24 aprile 2012

Politica, soldi e auto blu: la vita sognata dai figli e quella vissuta dal Senatur

Articolo del Corriere, da leggere.


Troppo comodo, scaricare sui figli. Sia chiaro, i viziatissimi «bravi ragazzi» di Umberto Bossi, con quella passione per le auto di lusso, i telefonini ultimo modello, le pollastrelle di coscia lunga, i soldi facili, se li meritano tutti i moccoli lanciati su di loro dagli italiani che faticano ad arrivare a fine mese e più ancora dai militanti leghisti che si tassano per comprare i gazebo e sono messi in croce in questi giorni dalle battutine feroci dei compaesani.
Deve essere insopportabile, per tanti volontari che vanno gratis ad arrostire polenta e salsicce (o addirittura il toro allo spiedo: maschio sapore celtico) alle sagre padane, vedere nei video dell'ex-autista la sfrontata naturalezza con cui il Trota afferra e si mette in tasca quelle banconote da cinquanta euro che a loro costano ore di lavoro in fabbrica o sui campi. O sapere che i soldi dei rimborsi elettorali al partito, soldi dei leghisti e di tutti i cittadini italiani, sono stati usati per affittare le Porsche di Renzo, tappare i debiti seminati da Riccardo o rifare un naso nuovo a Sirio Eridano.
La manifestazione dell'«orgoglio leghista» a Bergamo
                   
Ma sarebbe davvero troppo comodo, per chi vuole fare sul serio pulizia dentro il partito, scaricare tutto addosso a quei «monelli». Alla larga dai tormentoni sociologici, per carità, ma mettetevi al posto loro. Tirati su dentro un «cerchio magico», sono cresciuti come rampolli di una strana dinastia vedendo che la «Pravdania» pubblicava sei paginate d'untuoso omaggio per il genetliaco di papà («Sono più di venti anni che in questo giorno porgo i miei auguri al nostro amato Segretario...», scriveva con nord-coreano trasporto Giuseppe Leoni) e ne dedicava una intera al compleanno di Roberto Libertà: «Che fortuna avere 12 anni e festeggiarli in cima al Monte Paterno!». Per non dire di quell'altra che celebrava mesi fa una gara automobilistica del figlio di primo letto sul circuito del Mugello: «Weekend a tutto gas per Riccardo Bossi».



L'auto che Bossi Jr ha lasciato nel parcheggio della Regione Lombardia (Fotogramma)
Di qua assistevano alle sfuriate paterne (arricchite da corna, sventolio del dito medio, rutti e pernacchie) contro i lavativi e i «magna magna» e tutti quelli che vivevano «alle spalle dello Stato coi soldi del Nord» e di là vedevano mamma Manuela, pensionata baby dal 1996 quando aveva appena 42 anni, incassare per l'istituto «privato» Bosina («Scuola Libera dei Popoli Padani») contributi di soldi pubblici e leghisti (cioè ancora pubblici dati i rimborsi elettorali) così sostanziosi che Nadia Dagrada, la segretaria del Senatur, detterà a verbale: «Ho appreso da Belsito che nel 2010-2011 gli era stato chiesto da Manuela Marrone di accantonare, per cassa, una cifra di sostegno per la Bosina pari a circa 900 mila o un milione di euro».
Di qua sentivano il papà declamare che lui sta «dalla parte del popolo che si alza per andare a lavorare alle quattro di mattina», di là lo vedevano a quell'ora semmai andare a letto. E leggevano nella sua stessa autobiografia «Vento del Nord» scritta con Daniele Vimercati («L'ho letta tre o quattro volte... È un libro che mi piace rileggere spesso», raccontò Riccardo al Corriere ) che di fatto, tranne 10 mesi all'Aci, lui non aveva lavorato mai.
Di qua ascoltavano lo statista di famiglia tuonare in tivù contro «Roma ladrona» e «i politici di professione», di là gli vedevano accumulare legislature su legislature al Senato, alla Camera, all'Europarlamento. Di qua si bevevano le sue battute da intellettuale da osteria («È una battaglia tra espressionisti e impressionisti: noi siamo Picasso e gli altri dei muratorelli ignoranti»), di là apprendevano dai ritratti giornalistici e dalle interviste della prima «signora Bossi» Gigliola Guidali o della zia Angela («Ha detto che sono buona solo a far bistecche! Lui! Ah, se le ricorda bene le mie bistecche, lui! Perché per anni solo quelle ha mangiato, quel mantegnù . Che se non mangiava le mie bistecche, caro il mio Umberto... Ooh! Stiamo parlando di uno che ha organizzato tre feste di laurea senza essersi mai laureato») che il padre era stato uno studente discolo quanto Lucignolo, che aveva lasciato per noia l'istituto tecnico per periti chimici a 15 anni per diplomarsi («La prima tappa della mia marcia di avvicinamento alla cultura fu la scuola Radio Elettra di Torino, un corso per corrispondenza») quando era già sulla trentina.


Cosa potevano capire quei figli dell'importanza della scuola, della cultura, della laurea, scoprendo che il padre si era fatto la prima tessera di partito alla sezione del Pci di Verghera di Samarate scrivendo alla voce professione «medico»? Che si era candidato alle sue prime elezioni facendosi presentare dal settimanale il Mondo come «Umberto Bossi, un dentista di quarantadue anni di Varese»? Che si era definito nella sua stessa autobiografia un «esperto di elettronica applicata in sala operatoria»?

Se ce l'aveva fatta lui, dopo avere imbrogliato la prima moglie spacciandosi a lungo per medico (testimonianza della donna: «Dovetti chiedere di essere ricevuta dal rettore. E lì, in quella stanza austera, un tabulato mi rivelò quello che sospettavo: mio marito non si era mai laureato, alla sua fantomatica laurea mancavano ben undici esami») perché mai non potevano sognare anche loro, i figli, di vedersi spalancare davanti una strada di auto blu, folle in delirio, richieste di autografi, stipendi extralusso, segretarie premurose, titoloni nei tiggì, salamelecchi parlamentari, collaboratori e sodali in adorazione perenne? Perché mai studiare e cercare una propria strada nella vita e magari sgobbare duro per farsi una laurea in architettura o in biologia se era tutto lì, tutto facile, tutto a portata di mano grazie alla politica?

Certo, non tenevano conto che quel padre capace di dire tutto e il contrario di tutto (memorabili le retromarce non solo sul Berlusconi «mafioso» ma sulla Lega baluardo della cristianità dopo aver mandato a dire al Papa: «Oè, Vaticano: la Padania non ha interesse a cambiar religione, ma l'indipendenza non è in vendita. T'è capi'?») aveva anche uno straordinario fiuto politico e una capacità formidabile di parlare con il «suo» popolo. Ma come potevano capirlo, loro?

Gian Antonio Stella
11 aprile 2012 | 8:36

domenica 8 aprile 2012

Il tramonto del senatur



Ecco un bell'articolo che allieta ancor più queste giornate di festa.

Il tramonto del Senatur

Stefano Folli

«La Lega deve essere trasparente come un cristallo», sostiene il governatore del Veneto, Zaia. Impossibile non essere d'accordo: tutti i partiti, non solo il Carroccio, dovrebbero esserlo. Eppure la frase, pronunciata oggi, ha due significati. Può essere solo un'affermazione di maniera, di quelle senza tempo: valida dieci anni fa, due anni fa o fra tre anni.




Oppure può essere l'annuncio di una rivoluzione nel mondo leghista, quanto meno di una radicale rifondazione. Perché la vicenda Belsito dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio che il partito di Umberto Bossi, nella sua veste attuale, è ormai morente.

L'assetto di potere che lo ha retto negli ultimi anni è destinato a disintegrarsi di fronte alle accuse che colpiscono l'improbabile tesoriere e chi ne ha appoggiato le iniziative. Certo, da un punto di vista legale occorrerà attendere che l'inchiesta trovi riscontri definitivi. Ma sul piano politico quello che emerge è inquietante.

Altro che trasparenza. Lo scandalo che investe il vertice del Carroccio rivela un panorama che dire opaco è eufemistico. Sembra di assistere all'ultimo capitolo di una saga politica che già da anni era entrata in una crisi irreversibile, parallela al declino fisico del leader storico. Del resto, la falsa bandiera della secessione conteneva fin dall'inizio i germi di un'ambiguità che nel tempo non poteva non logorare la Lega, sospesa fra i falsi miti celtici evocati nel «pratone» di Pontida e una gestione spesso spregiudicata del potere concreto, quello garantito dal lungo sodalizio di governo con Berlusconi.




Sta di fatto che l'alternativa alla pseudo-secessione, cioè il federalismo fiscale e istituzionale, alla fine si è risolta in un fallimento, oltre che in un potenziale aggravio dei conti pubblici. Un gioco politico a somma zero dietro il quale, nel frattempo, si allargava la zona grigia su cui oggi i magistrati vogliono far luce.

Ieri sera tutti garantivano che Umberto Bossi è estraneo al marciume. Questo è possibile e al momento non ci sono riscontri che contraddicono tale convinzione. Ma si tratta di un aspetto persino secondario perché Bossi è un uomo provato dalla malattia che da tempo ha perso il suo antico, ferreo controllo sul partito. E in ogni caso, anche se non tocca il vecchio leader, l'indagine travolge un «establishment»: tutti coloro che fingevano di non sapere o si voltavano dall'altra parte.

Per lo stesso Maroni, che si presenta come oppositore del «vecchio regime» e uomo del domani, non sarà facile imporsi come il rifondatore del Carroccio. Perché non c'è dubbio che nel prossimo futuro la Lega avrà bisogno di essere ricostruita dalle radici, anche sul piano ideale, ripartendo dalla buona amministrazione negli enti locali. E non è detto che ci sia una classe dirigente davvero innovativa, in grado di attraversare subito il fiume. Vedremo già in maggio, nel voto amministrativo, come reagiranno gli elettori. Quello che si coglie con chiarezza - e non riguarda solo la Lega, come è noto - è l'indecenza dell'attuale normativa sul finanziamento ai partiti. La pratica dei «rimborsi elettorali», decine di milioni di euro elargiti senza alcuna garanzia di correttezza e trasparenza, è inaccettabile per un'opinione pubblica bombardata ogni giorno dalle tristi notizie sulla recessione e la disoccupazione. «Moralizzare» dovrebbe essere la parola d'ordine trasversale dei partiti in cerca di nuova credibilità. Fare pulizia e impedire gli abusi. Ma nessun vertice finora ha affrontato questo tema. Attendiamo fiduciosi.

martedì 21 febbraio 2012

L'effetto Monti sulla politica. E i partiti non sono pronti.


Da "Il sole 24 ore"



Il fattore Mario Monti è sempre più un elemento chiave per capire quale sarà il volto politico dell'Italia di qui a un anno. Tutto il resto passa in second'ordine: compreso il faticoso cammino dei tre partiti (Pdl, Pd, terzo polo) verso il riassetto istituzionale ed elettorale. Il punto cruciale è sotto gli occhi di tutti. Da un lato il profilo politico del premier sta crescendo, spinto dalla semplice forza degli eventi, cioè dai problemi aperti sul tavolo e dall'abilità di affrontarli con spirito pragmatico. Dall'altro, i partiti non sono ancora preparati a fronteggiare questa novità, cioè il "fattore Monti" che da variabile meramente tecnica e passeggera si va trasformando in tessitura politica.
Ieri, con il discorso in Piazza Affari a Milano, il presidente del Consiglio ha fatto un altro passo avanti nella definizione di un disegno complessivo per la società italiana. In un certo senso il governo "tecnico", unendo via via i tasselli della sua azione, riesce ormai a esprimere una visione coerente del paese. Siamo quindi nella più autentica dimensione politica, tanto più che nessuna coalizione, fra quelle che si sono succedute nell'ultimo quindicennio, è riuscita a essere altrettanto efficace nell'indicare i propri obiettivi.

Questo dinamismo di Palazzo Chigi cozza contro la naturale resistenza dei partiti, disposti, sì, a votare Monti in Parlamento, ma ancora molto restii a lasciarsi contaminare, se così si può dire, dal "montismo" come filosofia di governo. Eppure il tema è ormai chiaro. Fra le incognite del voto amministrativo di primavera e le incertezze delle elezioni nel 2013, le forze politiche non possono illudersi di risolvere tutto con qualche aggiustamento in senso proporzionale della legge elettorale. Almeno altrettanto importante sarà la capacità d'impadronirsi di alcuni capitoli dell'agenda di questo governo. Perché, con il nuovo Parlamento, delle due l'una: o Monti continuerà a governare con una maggioranza politica, fosse pure di larga coalizione; oppure chi prenderà il suo posto dovrà camminare esattamente nel solco aperto dall'attuale esecutivo, quale che sia il colore della sua maggioranza. È quello che si aspettano gli europei, i mercati e, come si è visto, l'America di Obama.
Qualcuno dimostra di averlo capito. Walter Veltroni, che certo non ha responsabilità di partito e quindi gode del vantaggio delle mani libere, ha detto quello che tanti nel Pd pensano, ma non possono dire: che sull'articolo 18 si deve discutere «senza tabù», ossia senza pregiudiziali. E che «non bisogna regalare Monti alla destra», intendendo che non è saggio fare un'opposizione da sinistra al governo (il cui garante ultimo, non va dimenticato, è Napolitano). La mossa non sembra rivolta tanto contro Bersani, che sui temi del lavoro è sempre stato prudente, quanto contro la Cgil, o meglio contro il potere condizionante che il sindacato esercita sulla sinistra politica e dunque su ampi settori del Pd.
Ecco la prova che la stagione di Monti sta scuotendo l'albero dell'immobilismo partitico. Senza dubbio è suscettibile di cambiare il Pd, obbligandolo a fare i conti con se stesso e la propria cultura politica.
Ma il Pdl, a sua volta, ha poco da rallegrarsi delle difficoltà del centrosinistra. In realtà il profilo moderato del "montismo" rappresenta il definitivo e sostanziale superamento della parabola berlusconiana. Per la buona ragione che è in grado di offrire nuove certezze a quell'area sociale in cui per anni Berlusconi ha costruito il consenso e che è stata da lui delusa.

giovedì 26 gennaio 2012

Autovelox: spese oculate (per davvero?)


Dopo la serata di presentazione del progetto autovelox a Brendola, ecco le nostre impressioni. C'è molto di buono, con le solite pecche e promesse non mantenute.

Spese oculate/2

Ebbene si, questa volta sembra proprio che il nostro Sindaco e l’amministrazione tutta abbia partorito un bel progetto mirato a migliorare la sicurezza di Brendola.
A beneficio di chi non era presente in Sala della Comunità, sappiate che d’ora in poi gli autovelox saranno attivi. Quello che vedete sulla strada però è solo un contenitore e sarà la pattuglia di turno che inserirà in questi contenitori il velox (che è l’oggetto omologato, il contenitore può anche avere la forma di una papera, non ha nessuna importanza). Dovrà essere presente un segnale di “controllo velocità” prima del punto di rilevamento e poi una pattuglia che fermerà l’automobilista per notificare l’infrazione. Le forze dell’ordine, nel posizionare il velox, metteranno una nuova “testa” al contenitore, sostituendo temporaneamente la precedente. Lo spray, quindi, non serve a nulla. Questi contenitori servono più che altro come deterrente, poiché solo in alcuni casi avranno all’interno l’autovelox e, dai dati presentati in sala, sembra che funzioni molto bene.
Peccato che di questo progetto fosse a conoscenza solo chi l’ha seguito, nessuna condivisione con la minoranza (saremo stati lieti di avallare, aiutare e non criticare), condivisione sbandierata a più non posso in campagna elettorale. Un’altra promessa mancata, speriamo sia l’ultima.

Autovelox: spese oculate


Questo l'articolo comparso su InPaese di gennaio 2012, prima della serata esplicativa in sala della comunità.


Spese oculate

Di primo acchito, dopo aver visto il montaggio degli autovelox, aver scommesso un tempo di oscuramento di 3 giorni, questo è quello che avrei voluto mandare a InPaese:

La premiata compagnia teatrale “da Renato, il comune come un’azienda” è lieta di presentare lo spettacolo “AUTOVELOX alti un metro e un kiwi a fette A BRENDOLA, ovvero come aiutare l’industria delle bombolette spray in questo difficile momento”.
Lo spettacolo sarà disponibile tutti i giorni nelle principali strade di Brendola, al prezzo di 18mila euro, pagati interamente dal comune, cioè da noi.
Morale: se scegliamo di spendere dei soldi in un’impresa, prima, almeno, ragioniamoci su anziché buttarli migliaia di euro.
Grazie a Renato e compagnia per l’insegnamento!

…ma sicuramente il frutto che raccoglierei sarebbe l’arrabbiatura del nostro Sindaco e di tutti quelli che hanno collaborato a questo progetto.
D’altro canto ogni cittadino di questa comunità che abbia la fortuna di avere ancora un lavoro, spende 5 giorni su 7 lavorando per portare la pagnotta a casa, pagando fior fior di tasse e vedere un così palese spreco di denaro pubblico fa venir voglia di prendere a schiaffi chi ha progettato e avallato il tutto. A questo si somma il fatto che, sembra, i nostri nuovissimi aggeggi non siano nemmeno omologati, quindi una multa emessa grazie al loro lavoro non avrebbe valore.
Spero davvero che il nostro Sindaco dia una risposta chiara, senza giri di parole e senza aggrapparsi al fatto che colorarli è un gesto incivile. Andiamo al sodo, per cortesia.

domenica 13 novembre 2011

12 Novembre: Seconda Festa della Liberazione



Ci sono cose che vanno festeggiate, a prescindere dalle idee di destra o sinistra.

giovedì 10 novembre 2011

17 anni di...


Un bell'articolo dal Corriere Vicentino. Buona lettura.

IL GOVERNO, IL PREMIER
L'ascesa, il crepuscolo: 
i 17 anni del Cavaliere
In pochi mesi sbaragliò la sinistra con il «kit del candidato» e le selezioni della Publitalia di Marcello Dell'Utri. Il capolavoro il patto con Bossi

Berlusconi IV, tre anni di legisltatura

Nel '94, nel video della sua epica «discesa in campo», Berlusconi magnificava l'Italia come «il Paese che amo». Diciassette anni dopo, captato in un'intercettazione telefonica, lo stesso Berlusconi non seppe frenare il rassegnato disgusto per l'Italia «Paese di m....». In questo capovolgimento emotivo si racchiude il senso di un'avventura politica che prometteva un nuovo «miracolo» e si è inabissato in una grande disillusione. L'ottimismo degli esordi, che contagiò e stregò molti italiani orfani della Prima Repubblica e smaniosi di un «nuovo inizio», ha la sua antitesi in un tramonto cupo e malinconico. Finisce, nel crepuscolo del berlusconismo, un'epoca della storia, della politica, della psicologia collettiva, dell'immaginario dell'Italia repubblicana. Si chiude la Seconda Repubblica, creata, plasmata, dominata dalla figura di Silvio Berlusconi.

Anzi, Berlusconi è stato, e continua a essere la Seconda Repubblica. Dopo la tempesta di Tangentopoli, i giornalisti abituati ai ritmi lenti e alle liturgie della Prima Repubblica non seppero far altro che canzonare il magnate televisivo che fantasticava di un «rassemblement» dei moderati e lo raffigurarono con il fez dei fascisti quando, all'inaugurazione di un ipermercato, il re della Tv commerciale disse che, se fosse stato romano, tra Fini e Rutelli avrebbe scelto Fini. Lo snobbavano, ma in due sole mosse Berlusconi aveva creato il bipolarismo italiano: il polo dei suoi devoti, e quello dei suoi nemici. Stava celebrando la «religione del maggioritario» in cui il leader incontrastato trascinava il suo popolo affamato di figure carismatiche, l'«Unto» che nel favore popolare trovava la sua consacrazione. In pochi mesi sbaragliò la sinistra che, nella dissoluzione dei vecchi partiti di governo, pensava di avere la vittoria in mano con la «gioiosa macchina da guerra» capeggiata da Achille Occhetto. Cominciò lì il grande trauma da cui la sinistra non si sarebbe più ripresa.

Ascesa e crepuscolo: i 17 anni del Cavaliere
                               
La gioiosa macchina da guerra non prese nemmeno un voto in più di quelli incassati dalle formazioni che avevano ereditato le insegne del vecchio Pci più qualche frangia di sinistra multicolore. Non se ne capacitarono più. Cominciò la caccia al colpevole. E cominciò pure il vaniloquio contro il destino cinico e baro che prendeva a bersaglio qualunque cosa o personaggio potesse suggerire il senso di un sortilegio malvagio, più che di una normale elezione perduta: la calza sull'obiettivo della telecamera con cui Berlusconi avrebbe reso più soffice e seducente il suo messaggio video; la spilla appuntata sul bavero del doppiopetto berlusconiano che, secondo i più temerari esegeti della videocrazia, avrebbe riflesso sugli occhi degli sprovveduti telespettatori chissà quali bagliori subliminali. E poi addirittura l'ipnosi; Raimondo Vianello; Ambra; il karaoke; gli spot della pubblicità, e così via. La sinistra, che aveva sin lì coltivato solide radici popolari, cominciò a diffidare del popolo, della gente non inquadrata, degli elettori a suo insindacabile ed elitario parere imbottiti di stupidaggini pubblicitarie e schiavi della televisione.

Qualcuno riuscì persino a maledire il suffragio universale: in fondo, addirittura si disse e si scrisse, il popolo furente e indisciplinato aveva nella storia già scelto Barabba e sacrificato Gesù Cristo. È vero che nessuno ebbe il coraggio di paragonarsi esplicitamente a Gesù Cristo. Ma il «ladrone» era quello lì, l'arcitaliano che con un «rassemblement» molto simile a un'accozzaglia di avventurieri, con l'espediente furbo della doppia alleanza con il Msi (non ancora An) al Centrosud e con la Lega al Nord, con uno schieramento che non poteva vantare alcun legame con i partiti storici che avevano stilato la Costituzione italiana, aveva avuto l'ardire di traslocare Cologno Monzese a Palazzo Chigi. Con tutto un contorno di azzimati sconosciuti armati di un grottesco «kit del candidato» che la Roma politica e giornalistica accolse come i marziani, tutti con il blazer, tutti cloni del Capo, tutti obbedienti soldatini pescati nelle selezioni supervisionate dalla Publitalia di Marcello Dell'Utri. Non era la «rivoluzione liberale», promessa e mai arrivata, ma una rivoluzione antropologica sì: l'azienda che si fa potere politico, senza la mediazione dei partiti. «Colpo grosso», dissero e scrissero. Ma il fatto più grosso è che a sinistra non riuscirono a capire dove avessero sbagliato. E non ci riuscirono, per la verità, per tutti i diciassette anni successivi, fino a quando Berlusconi, immerso nei suoi errori, circondato da nugoli di cortigiani e cortigiane che gli hanno fatto perdere il senso della realtà, è sprofondato sì, ma solo per suo proprio demerito.

Il Berlusconi IV
                               
Hanno sperato per anni sulla spallata giudiziaria, sempre contando sull'aiutino extrapolitico per cavarsi fuori dai guai. In realtà avrebbero pur trovato per ben due volte, nel 1996 e nel 2006, il messia buono, il leader in grado di battere Berlusconi alle elezioni, di incarnarne l'antitesi caratteriale: il professore contro il tycoon, l'uomo del rigore contro l'uomo dei sogni, la sobrietà contro la sfrenatezza, la bicicletta contro le ville sfarzose, i mausolei funebri emblema della megalomania, la volgarità della ricchezza ostentata. Avrebbero pur trovato Romano Prodi, ma per due volte l'hanno impallinato. Poi hanno fatto il Pd con la «vocazione maggioritaria» e hanno passato il tempo restante a impallinare il leader che di quella vocazione si era fatto interprete: Walter Veltroni. In fondo, a conti fatti, la sinistra ha governato sette anni su diciassette di Seconda Repubblica (più un annetto in campo neutro con il governo Dini del '95). Ma gli storici del futuro identificheranno la Seconda Repubblica esclusivamente con l'uomo che l'ha governata per gli altri nove. E che, anche quando stava all'opposizione, governava pur sempre le fantasie politiche degli italiani, invadeva tutto il campo della visione e dell'immaginazione con le sue barzellette, i suoi «mi consenta», i suoi «cribbio», le sue cravatte a pois, i suoi Apicella, le sue «navi della libertà», le sue gaffes internazionali con cucù, corna e «abbronzati», le sue bandane, i suoi travestimenti ogni volta con un cappello diverso in testa: il presidente operaio, il presidente ferroviere, il presidente in pelliccia nella gelida dacia di Putin. Basta dare un'occhiata agli scaffali delle librerie, per accorgersi che il fenomeno Berlusconi ha ispirato tonnellate di libri: sul corpo di Berlusconi, sulle nequizie di Berlusconi, sul lessico di Berlusconi, sulle inchieste che coinvolgono Berlusconi. A tutti gli altri solo le briciole.

Il berlusconismo ha sfatato, nei lunghi anni del suo predominio, molti luoghi comuni, alcuni dei quali generosamente profusi dal suo stesso inventore e artefice. Sfatato il mito del Berlusconi decisionista. In diciassette anni non ha dato corso nemmeno all'inizio di una riduzione fiscale promessa con l'accattivante slogan «meno tasse per tutti». Non ha liberalizzato l'economia e anzi, con il caso Alitalia, si è dimostrato anche discretamente statalista e dirigista. Il popolo delle partite Iva, il ceto medio produttivo, la piccola impresa, gli outsider che lo hanno osannato a Vicenza quando nel 2006 Berlusconi sfoderò il meglio del suo repertorio di comunicatore politico, tutti costoro, il blocco sociale del berlusconismo (e del leghismo), hanno dovuto ricredersi, a loro spese: l'Italia è sempre ingessata, asfissiata dalla burocrazia, massacrata da un Fisco esoso. Un'altra leggenda messa a punto dall'ufficio pubbliche relazioni del berlusconismo è che Berlusconi sia un perfetto eroe della tolleranza, un «editore liberale», un capo bonario che ha una parola buona per tutti. È noto invece quanto Berlusconi sia stato ossessionato da Santoro e Biagi senza mai frenare un desiderio compulsivo di mettere a tacere chi, dal suo regno televisivo, faceva opera di irriverente disturbo. E quanto a tolleranza, il modo sbrigativo con cui si è liberato di Fini, nel coro ossequioso degli aennini ex finiani, dimostra che per Berlusconi troppo spesso il dissenso coincide con il «sabotaggio», il dubbio con il «remare contro», il «no» come una perversa insubordinazione. Basta vedere quanti sono i desaparecidos del berlusconismo nascente: una schiera infinita, sostituita da yes men e incensatori, miracolati e clienti, faccendieri e ragazze che hanno trovato un modo tutto loro per fare carriera nella politica, nello spettacolo e nella politica-spettacolo.

Ma l'altro mito da sfatare, stavolta costruito dai suoi avversari supponenti e sussiegosi, è che Berlusconi sia stato un incapace della manovra politica, bravo nei comizi, ma deficitario nella tattica, imbattibile nella propaganda di se stesso, ma sperduto nei palazzi del potere e dell'establishment. E invece il suo capolavoro politico Berlusconi ebbe a realizzarlo proprio nel quinquennio in cui è all'opposizione, tra il '96 e il 2000. Sembrava finito. Le inchieste giudiziarie, con Stefania Ariosto nel ruolo di nuova vestale della democrazia violata, sembravano averlo messo ko. Il centrosinistra mieteva vittorie su vittorie nelle elezioni dei grandi comuni. Prodi avviava il Paese al grande azzardo dell'euro. E invece Berlusconi rovesciò il piatto, anche con la complicità di un Ulivo autolesionista, votato all'autodistruzione. Riconquistò un ruolo di protagonista nella Bicamerale. Fece del caos sconclusionato di Forza Italia il pilastro italiano del Ppe. Divenne determinante, rimettendosi nel gioco politico dal quale era stato estromesso, per l'elezione di Carlo Azeglio Ciampi al Quirinale. E soprattutto ingoiò tutti gli insulti di Bossi, mise da parte l'amor proprio di chi era stato indicato come un criminale dalla Lega del ribaltone, e realizzò il capolavoro che avrebbe stabilizzato la sua egemonia nella scena politica della Seconda Repubblica. Con l'«amico» Bossi che non lo chiamava più «Berluskazz, Berluskaiser», Berlusconi espugnò la rossa Bologna, stravinse le elezioni Regionali del 2000 costringendo D'Alema (il superpolitico D'Alema, l'erede di Togliatti) alla resa e si preparò al trionfo del 2001. Con la Lega Berlusconi capì che poteva contare su una maggioranza stabile nel tempo. Nella legislatura tra il 2001 e il 2006 fece di tutto per perdere le elezioni successive: ma alla fine solo una manciata di voti alla Camera lo divise dal vincitore Prodi, il leader del centrosinistra che tutti i sondaggi tranne uno davano in testa di almeno tre-quattro punti.

Il destino ha voluto che proprio sul rapporto con la Lega, quello riconquistato a furia di cene del lunedì e di ripetuti omaggi all'«amico Umberto», Berlusconi vedrà alla fine lo scoglio su cui si infrangeranno oltre diciassette anni di protagonismo assoluto nella Seconda Repubblica. Il logoramento dell'asse del Nord, sempre più intaccato sotto traccia anche se mediaticamente in secondo piano rispetto alla sindrome del bunga bunga che ha scandito l'avvitarsi berlusconiano in una fortezza oramai sempre più vulnerabile, è il vero inizio di una sconfitta che rompe uno schema fortissimo e collaudato negli anni. Nonostante il pasticcio della «nipote di Mubarak», nonostante lo sconcerto che ha trascinato lo stesso elettorato del centrodestra nella disillusione e nello sconforto alla vista del sistema delle «olgettine», la cassaforte del rapporto con la Lega è stato davvero l'ultimo bastione prima della conclusione di un ciclo politico.

 
Gli ultimi anni del berlusconismo si sono specchiati anche nel volto sempre più cupo e iracondo del suo artefice massimo. Scomparsi i sorrisi, svanito il contatto magico con la folla, rovesciata la convinzione che tutto ciò che veniva toccato dalla mano di Berlusconi si sarebbe trasformato in ricchezza, successo, voti, consenso, simpatia, la stessa espressione facciale del Capo indiscusso del centrodestra è diventata progressivamente il simbolo di una storia che stava giungendo inesorabilmente al crepuscolo. Nessuno, tra i suoi sodali più stretti, aveva il coraggio di mettere il leader di fronte alla nuda verità: che il rapporto con l'Italia che lo aveva amato si stava sfaldando, che il sistema delle «cene eleganti» stava deteriorando irreversibilmente l'immagine del leader nel suo stesso elettorato, che l'immagine del leader accanto a Scilipoti stava diventando un terribile boomerang. Si è imposta invece l'ossessione del grande complotto, l'angoscia che vuole snidare da ogni angolo in penombra traditori, ingrati, disertori. Il Berlusconi sorridente e sicuro di sé della discesa in campo si è trasformato nel Berlusconi assediato nel suo bunker a cercare di rintuzzare colpo su colpo. Una parabola triste per una storia che ha conosciuto anche momenti di grandezza. Anche se la grandezza maggiore è quella di chi sa cogliere il momento dell'uscita un attimo prima della caduta rovinosa.